CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE







giovedì 7 dicembre 2017

Com'è paziente il mare



Ascolta e mormora se ti vuol cullare,
vede e perdona quel che vuoi nascondere
alla sua riva puoi, ridere o piangere
guardare l'onda infrangersi e brillare sulla sponda.
Ascolta il mare quando vuoi urlare
accoglie paziente ogni sospiro,
beve ogni lacrima e non conta
quelle che aggiungon gocce alla sua onda.
Sussurra il mare nelle notti scure,
scintilla l'acqua sotto il sol cocente
sempre t'accoglie nel suo abbraccio grande
l'acqua è alla gola, il mare è paziente
eppur ti sfida, quasi ridendo delle tue paure,
ti nasconde fra le onde che il vento solleva all'orizzonte.
Com'è paziente il mare! Amalo! Non farlo attendere.

(Caterina Tagliani, Com'è paziente il mare)

sabato 2 dicembre 2017

Mare nostro



Mare nostro che non sei nei cieli
ma abbracci i confini delle isole e del mondo
sia benedetto il tuo sale
sia benedetto il tuo fondale
raccogli le tue mille imbarcazioni
senza una strada sull'onda
i pescatori che tornano al mattino
e i naufraghi salvati.
Mare nostro che non sei nei cieli
all'alba sei color del frumento
al tramonto d'uva e di vendemmia
ti abbiamo seminato di annegati
più di ogni età delle tempeste.
Mare nostro che non sei nei cieli
tu sei più giusto della terra ferma
pure quando sollevi le onde a muraglia
poi le abbassi nel mattino
custodisci le vite
le visite cadute come foglie sul viale
fai l'autunno per loro
la carezza l'abbraccio
il bacio in fronte
madre padre
prima di partire.

(Erri De Luca, Mare Nostro)

mercoledì 22 novembre 2017

Gouvia


Alle 9, puntuale, è arrivato Antonios a recuperare le vele. Poi è la volta di Nikos, il meccanico, che mi ha promesso che mi insegnerà come procedere al cambio filtri e allo spurgo nel caso il motore si arrestasse in navigazione. Tocchiamo ferro!!! Alle 11 Habibti è sul "travel lift". La carena è abbastanza pulita e gli zinchi ancora in buono stato, anche se comunque li sostituirò. Conosciamo Corinne e Claudio, armatori di un Hallberg Rassy 42 Enderlein, anch'esso a terra per manutenzione. Ci raccontano di essersi trasferiti a vivere in barca ormai da alcuni anni. Lei svizzera e lui italiano. Hanno girato la Grecia in barca in lungo e in largo e noi ne approfittiamo per chiedere qualche consiglio sulla rotta che intendiamo percorrere il prossimo anno. Ora Habibti è nel suo invaso. Per la verità, fuori dall'acqua mi sembra abbia l'aria un po' triste. A vederla così mi fa venire in mente il titolo di un bel libro di Artur Perez-Reverte, "Anche le barche si perdono a terra". Un po' come per gli uomini. Se tutto procede secondo i programmi dovrebbe tornare in acqua il prossimo 28 febbraio, sicuramente più bella e splendente che mai. Per il momento, efharistò piccola mia!!!

(Giornale di bordo)

martedì 21 novembre 2017

Gouvia


Sveglia antelucana per accompagnare mia madre in aeroporto. Siamo stati bene insieme in questi giorni. Arrivarci ai suoi quasi ottantuno anni con lo stesso spirito. Il resto della giornata è trascorsa preparando la barca per l'alaggio di domani. Ho lasciato ad Argiris la lista delle varie cose da fare. Dalla carena, al tagliando motore, pulizia e controllo delle vele e qualche altro piccolo lavoro, inclusa la riparazione del gelcoat sbeccato a poppa. Accidentaccio!!!!

(Giornale di bordo)

lunedì 20 novembre 2017

Kerkira


Ora che la vacanza sta volgendo al termine il tempo si è rimesso al bello, anche se la temperatura si è abbassata notevolmente a causa del vento da nord. Alle 11 ritiriamo la nostra Punto e scendiamo in città. Mi impressiona l'imponente fortezza veneziana su i cui bastioni ancora si trovano posate alcune statue in marmo bianco raffiguranti il Leone di San Marco. Una testimonianza del lungo periodo, di quasi 400 anni, nel quale Venezia ha dominato questo luogo strategico che consentiva il controllo dell'accesso del mar Adriatico. Il centro storico, che percorriamo a piedi, è affollato. Ci perdiamo vagando senza meta tra gli stretti vicoli. Poi pranziamo da "Elia", una tipica taverna greca, seduti ad un tavolino all'aperto sotto un porticato. La gestione è familiare: padre e madre in cucina e i due figli che servono ai tavoli. Semplicità e genuinità al tempo stesso. All'interno, seduta ad un tavolo, c'è una signora anziana che potrebbe essere la sosia di Marguerite Yourcenair. Di tanto in tanto, con il sottofondo musicale proveniente da una radio, intona con una voce possente qualche canzone tradizionale greca. Dalle melodie e dai suoni si capisce quanto la Grecia non sia poi così lontana dal Medio oriente. Il pasto ha contemplato: formaggio saganaki fritto, tarama salata e maialino arrosto cotto in un forno a legna e accompagnato da cipolle, pomodori e patate fritte. Una delizia. Il vino bianco della casa e una grappa greca hanno fatto il resto. Dopo pranzo altri due passi in città con qualche immancabile acquisto. Serata tranquilla a bordo. Sotto il paiolato di Habibti, pressoché irraggiungibile se non smontando il tavolo e parte del paiolato stesso, ora riposa una "donna di fiori", caduta dal mazzo di carte nelle mani di mia madre e che, secondo la legge di Murphy, si è infilata nell'unica fessura millimetrica esistente. Che se si tentasse di farlo apposta non ci si riuscirebbe neanche a morire.

(Giornale di bordo) 

domenica 19 novembre 2017

Paganìa - Kalami - Gouvia


Oggi c'è il sole e il libeccio è diventato maestrale. Lasciata Paganìa navighiamo paralleli alla costa in direzione di Corfù. Oggi il vento non dovrebbe teoricamente superare i 17-18 nodi, ma nel pomeriggio toccherà i 25. Domani dovrebbe rinforzare parecchio, sempre da nord-ovest. Superato il capo più meridionale della costa albanese, a debita distanza, puntiamo in direzione della piccola baia di Kalamati, alcune miglia a nord di Gouvia. In quel tratto di mare avvistiamo una tartaruga marina che nuota quasi a filo d'acqua. L'ultima volta che ne avevo vista una era stato anni fa a sud di Tiro, nel Libano meridionale quasi al confine con Israele. Un animale affascinante. Da Kalamati risaliamo fino ad Ayios Stefanos, un'altra baia delle molte che costellano la costa nord orientale di Corfù. Il vento soffia al traverso e nonostante si abbia il solo genoa aperto si procede ad una buona andatura. A questo punto ci si presentano due alternative: la prima è di dare fondo a Kalamati e rientrare a Gouvia domani mattina, la seconda è di rientrare oggi al Marina e dedicare la giornata di domani alla visita della cittadina di Kerkira, vale a dire Corfù. Optiamo per la seconda e alle 15 ormeggiamo al nostro pontile. Il vento che avrebbe dovuto rinforzare domani aumenta già in serata. Pertanto la decisione di anticipare il rientro è stata azzeccata. 

(Giornale di bordo) 

sabato 18 novembre 2017

Mourtos - Paganìa


Inutile dire che anche la notte scorsa ha piovuto tutto il tempo. Quando lasciamo l'ormeggio verso le 8.30 cade ancora qualche goccia. Vado a dare un'occhiata alle due baie ben ridossate che ci sono a sud dell'abitato, separate da uno stretto canale. In quest'ultimo vi avevo trascorso una notte alla fonda diversi anni fa con Nausicaa. Nella baia posta ad ovest vi stazionano alcune barche stanziali ormeggiate a gavitelli. Soffia il solito sud-est, oggi sui 20 nodi. Al gran lasco si viaggia che è un piacere. Il mare è formato e quindi per la notte occorrerà trovare un ridosso adeguato. Sulla carta individuo un fiordo profondo sul tratto di costa al confine con l'Albania. Si chiama Paganìa. Il portolano segnala alcune vasche per l'allevamento ittico al suo ingresso, ma all'interno il fiordo si apre fino a diventare una sorta di lago con un fondale sui 10 metri di profondità. In un angolo c'è una piccola fattoria e sulle alture circostanti piuttosto brulle pascolano alcune mucche e capre. I loro campanacci rendono l'atmosfera bucolica, più simile ad un paesaggio alpino che marino. Anche i colori assumono tinte particolari, soprattutto all'ora del tramonto. Le nuvole si riflettono sull'acqua che diventa di un grigio-blu quasi metallico. Aspettiamo che scenda il buio seduti sulla tuga e godendoci il momento. Siamo a poche centinaia di metri dall'Albania, tanto che credo fossero proprio albanesi quei pescatori apparentemente di frodo che con la lenza cercavano di catturare le orate fuoriuscite dalle limitrofe vasche. La notte, nonostante lo scroscio di rito, trascorre tranquilla.

(Giornale di bordo)

venerdì 17 novembre 2017

Nysos Sivota - Mourtos


Nella notte il vento e' girato un poco da ovest e verso le 3 mi sono alzato per verificare che tutto fosse in ordine. Avevo dato 40 metri di catena su un fondale di 6 metri, ma poiche' la barca si era posizionata con la poppa in direzione di alcuni scogli affioranti, prudenzialmente ne ho recuperato qualche metro. La mattina, al risveglio, pioviggina. Facciamo colazione con calma e indossate le cerate percorriamo a motore le pochissime miglia fino a Mourtos. Qui il nuovo porto e' stato ultimato. Purtroppo e' occupato da alcune barche a vela stanziali, da alcuni barchini da pesca, da un grosso caicco e da un enorme barcone tutto arrugginito. Questi ultimi due ormeggiati all'inglese in modo da occupare tutta la banchina ad est. Noto anche la generale presenza di corpi morti. Mi dirigo allora verso la vecchia banchina, quella che in alta stagione e' per lo piu' occupata dai taxi boat o dai battelli per i turisti. Il fondale, in prossimita' della banchina, e' indicato essere di 2 metri. Mi avvicino con cautela tenendo uno sguardo attento sullo strumento che segna la profondita'. In quel momento, nonostante stia piovigginando, vedo un signore uscire dall'unico bar aperto sul porto. Mi indica ad ampi gesti  un tratto di banchina a cui avvicinarmi. Prende una trappa per passarmela, ma prima che mi avvicini troppo mi suggerisce di dare fondo anche all'ancora. Al termine della manovra, Habibti, oltre all'ancora, si trovera' con due trappe a prua e altrettante cime d'ormeggio a poppa. Cosi' legata come un salame ben difficilmente questa notte mi tocchera' alzarmi come quelle precedenti. Ma soprattutto oggi ho avuto modo di apprezzare una volta di piu' il particolare spirito di gratuita' con il quale molti greci ti offrono il loro aiuto. Mentre stiamo sistemando la barca si avvicina un militare della locale Capitaneria di porto che ci dice di passare nel limitrofo ufficio per le formalita' di rito. Cosa che facciamo appena scesi a terra. Poi ci prendiamo una birra e un toast comodamente seduti al bar, osservando la pacifica convivenza, o quasi, tra gatti e uccellini che bazzicano tra i tavolini. Mourtos e' deserta. Anche qui tutte le attivita' commerciali sono chiuse. Si respira un'atmosfera mista di tranquillita' e malinconia, che non ci dispiace per nulla. Domani, poi, dovrebbe essere l'ultimo giorno di libeccio e quindi dovremmo approfittarne per risalire avvicinandoci a Corfu'.

(Giornale di bordo)

giovedì 16 novembre 2017

Lakka - Nysos Sivota


Oggi finalmente e' riapparso il sole. In mare si vedono ancora strisce bianche di schiuma, a significare che il vento resta sostenuto, ma per raggiungere Sivota dovremmo procedere al gran lasco e quindi non e' un problema. Usciti dalla baia Habibti acquista subito una velocita' costante sugli 8 nodi. L'anemometro ne segna 27. A circa meta' percorso, al passaggio di un nuvolone nero sopra la nostra testa, il vento rinforza e decido di chiudere il genoa. Con la sola randa la barca viaggia meno sbandata e la velocita' resta pressoche' invariata. In poco piu' di un'ora percorriamo le circa 10 miglia che separano Lakka da Nysos Sivota, la prima delle isolette che incontriamo. Appena ridossati dietro l'isola l'onda scompare. Individuiamo facilmente una rada segnalata sul portolano come buon punto per l'ancoraggio. La riconosciamo anche grazie al colore particolarmente cristallino dell'acqua. Credo proprio si tratti della rada denominata ''laguna blu'', di cui avevo sentito parlare. Il fondale, prima di avvicinarsi, e' molto profondo e risale improvvisamete sottocosta. Faccio il classico giro di ricognizione e poi do fondo nel bel mezzo di un fondale dai colori polinesiani. Prima che il sole sparisca dietro al rilievo dell'isola ci prendiamo un aperitivo in pozzetto. Poi, appena l'aria rinfresca, entriamo in barca e accendiamo il riscaldamento. Quando e' gia' buio vedo avvicinarsi le luci di navigazione di una barca a vela che procede a motore. Prosegue verso la limitrofa Mourtos. Si tratta dell'unica barca a vela che abbiamo visto in mare fino ad ora e che vedremo per tutto il restante periodo. Ceniamo presto e poi ci ritiriamo in cuccetta. Con la notte arrivano gli ormai immancabili lampi, tuoni e acqua a catinelle, ma ormai ci abbiamo fatto l'abitudine.

(Giornale di bordo)

mercoledì 15 novembre 2017

Lakka


Ieri sera, dopo aver spento la luce, mentalmente ho fatto il solito riesame dell'ormeggio prima di addormentarmi. La catena dell'ancora e' ben tesa. Ne ho filati quasi trenta metri su un fondale che varia dai 4 agli attuali 2 metri sotto Habibti. Le cime d'ormeggio sono a posto. Il vento da sud mi allontana dalla banchina e non sono previsti cambiamenti di direzione durante la notte. Tutto in regola per un sonno tranquillo. Il suono della pioggia che incessantemente batte sulla tuga e' addirittura piacevole e mi fa apprezzare ancora di piu' il calore del piumino. Mi addormento. Poi, improvvisamente, verso le due di notte mi sveglia un tuono piu' forte degli altri. Dall'osteriggio della cabina vedo il cielo illuminarsi a giorno a causa dell'ennesimo lampo. Spero solo che l'albero di Habibti non funga da parafulmine in questo delirio di luci e di suoni. Mentre sto pensando a tutto cio', con tutti i sensi all'erta, sento una botta provenire da poppa. Mi fiondo in pozzetto e vedo la parte di dritta dello specchio di poppa appoggiato sulla banchina. L'ancora ha mollato e il livello dell'acqua e' salito fino a coprire una parte del pontile. Non sto ad interrogarmi troppo sui come e sui perche' e accendo immediatamente il motore mettendo la marcia in avanti. La barca non si muove. Allora salto sulla banchina lasciando la marcia ingranata e con tutta la mia forza comincio a spingere facendo forza sullo scafo. La barca finalmente si disincaglia e non so come riesco a fare in tempo a saltare a bordo prima che si allontani nuovamente trattenuta dalle cime d'ormeggio. Sono in boxer e maglietta, zuppo d'acqua, intorno, tranne nel momento in cui i lampi rischiarano la baia, e' buio pesto. Non indugio e mollo le due cime a poppa recuperando al contempo l'ancora con il telecomando. Raggiungo il centro della baia e do fondo. Ulteriore smotorata in retromarcia per accertarmi che l'ancora abbia agguantato a dovere e una volta controllato il danno con la frontale rientro in barca. L'equipaggio mi guarda con gli occhi strabuzzati. Non ha avuto il tempo di accorgersi di che cosa sia successo esattamente. Fortunatamente il danno e' lieve, anche merito della robustezza dello scafo Hallberg Rassy in quel punto. Tranquillizzati gli animi a bordo me ne ritorno a letto. Per scaldarmi accendo il webasto, oltre a mettermi un maglione e le calze di lana. Ho i piedi gelati. Fatico a riaddormentarmi. L'adrenalina deve essere ancora in circolo. Poi, piano piano, il sonno ha il sopravvento. Al mattino, seppure il cielo sia ancora grigio scuro, tutto e' piu' calmo. Rinuncio a spostarmi a Gaios. Continua ad esserci vento forte da sud-est e temo che nello stretto canale si incanali prendendo ulteriore forza. L'esperienza della notte scorsa mi e' bastata e non ho voglia di cercare altre possibili complicazioni. Ed e' cosi' che trascorriamo l'intera giornata in rada immersi nelle nostre conversazioni e in varie letture. Domani il vento dovrebbe calare leggermente e potremmo attraversare il tratto di mare che ci separa da Nysos Sivota.

(Giornale di bordo)

martedì 14 novembre 2017

Lakka


La notte appena trascorsa e' stata veramente una di quelle buie e tempestose. Costantino ce lo aveva detto! ''Quando da queste parti il tempo e' brutto, si tratta di una cosa seria''. In effetti non avevo mai visto una tale quantita' di lampi e tuoni per cosi' tante ore di seguito. Solo al mattino smette di diluviare ed esce un pallido sole. Habibti e' ormeggiata accanto al molo utilizzato d'estate dal traghetto che porta i turisti. Seduti in pozzetto ci gustiamo i ritmi lenti della vita del villaggio. Siamo in un giorno lavorativo, eppure all'ora di pranzo il molo si popola di pescatori, un po' di tutte le eta'. Ti salutano e ti sorridono. Uno di loro, proprio accanto a noi, pesca una murena. Mi dice: ''Murena no good'' e mi chiede di aiutarlo a tenerla ferma con una specie di arpione mentre gli taglia la testa. Poi la mette in un secchio e se ne va a casa. Mi chiedo se la cucinera' per pranzo. Anni fa con una murena avevamo fatto un sugo per la pasta. Non avevo avuto il coraggio di dire a chi l'aveva presa che solo l'idea mi disgustava. Il sugo era risultato pessimo e in piu' una spina mi si conficco' in gola. Fu un momento per nulla gradevole. Oggi invece si e' pranzato alla taverna sul porto. Calamari fritti, gamberoni saganaki e una portata di triglie e orate alla griglia con cipolle, pomodori e patate fritte di contorno. Per dolce uno yogourt compatto con salsina e pezzetti di uva passa. Una delizia.  La proprietaria della taverna ci ha chiesto un po' stupita come mai siamo in vacanza in questa stagione. Difficile spiegarle alla luce del brutto tempo di questi giorni che per noi questo e' il periodo migliore per andare per mare, senza turisti e barche di charter in ogni angolo. Poi per aiutare la digestione facciamo due passi in direzione della vecchia scuola del paese. Una casetta rossa un po' fatiscente, ma dal bello stile architettonico e che la notte viene ulteriormente valorizzata da una appropriata illuminazione. Proseguiamo per la strada in salita che porta in prossimita' dell'ingresso della baia, segnalata di notte da un fanale a luce rossa intermittente. Da quell'altura e' bello vedere Habibti ormeggiata tutta sola in questo scenario da favola. Al calare del buio ce ne torniamo in barca. Di cenare neanche a parlarne dopo il pranzo luculliano di oggi. Invece, con mia madre giochiamo una partita a scopa nella quale mi straccia letteralmente. Due gocce di grappa ci sembrano adeguate per concludere in bellezza questa giornata, durante la quale ci siamo goduti la bellezza del luogo, la lentezza dei suoi tempi e la malinconia di questi colori invernali.

(Giornale di bordo)   

lunedì 13 novembre 2017

Gouvia - Lakka


Oggi sembra essersi aperta una breve finestra di tempo accettabile. Nei prossimi giorni infatti dovrebbe peggiorare nuovamente. Persite il vento da sud-est, ma non dovrebbe superare i 20 nodi di intensita'. Vorrei raggiungere Paxos prima di sera e l'unico modo possibile e' quello di seguire una rotta diritta senza bordeggiare. Cio' equivale ad utilizzare il motore per la maggior parte del tragitto di circa 35 miglia. La navigazione non e' entusiasmante, ma neppure disagevole come mi ero immaginato. Superata la fortezza di Corfu', che offre un buon ridosso dai venti meridionali, vento e mare rinforzano, ma in misura accettabile. Alle 16.30 lascio a dritta la punta meridionale dell'isola, dove i fondali diventano molto bassi, e dirigo la prua verso Lakka. Finalmente posso procedere a vela con una bella andatura di bolina per circa un'ora. Paxos lentamente si avvicina e verso le 17.30, proprio mentre il sole tramonta, ormeggio di poppa alla banchina del pittoresco paesino. La baia, solitamente invasa dalle barche da diporto in alta stagione, e' deserta ed Habibti e' l'unica barca presente, tranne quelle dei pescatori locali. Il luogo e' un incanto, soprattutto visto in questo modo. Scendiamo a terra e facciamo due passi. Il paese e' molto piu' vivo di quanto avevamo immaginato. I negozi di alimentari sono aperti fino alle 21. In un paio di bar aperti tutti i tavolini sono occupati. Alcuni degli avventori giocano a carte, altri chiaccherano fumando e bevendo ouzo, altri ancora guardano la televisione. C'e' anche una trattoria aperta, con i tavolini a pochi metri dal mare. Ci verremo a pranzare domani. La baia e' perfettamente riparata e, viste le previsioni, ci fermeremo qui per un paio di giorni. Verso le 22 ricomincia a piovere.

(Giornale di bordo)

domenica 12 novembre 2017

Palaiokastrita


Il cielo oggi e' ancora coperto, ma almeno la pioggia e' cessata. Alle 8 l'aereo atterra normalmente e accogliamo a braccia aperte mia madre e Costantino che l'ha assistita con estrema gentilezza. Alcuni amici che frequentano regolarmente la Grecia in barca mi avevano accennato dell'estrema disponibilita' dei greci. Quella dimostrata da Costantino ne e' la riprova. In mare continua ad esserci vento forte da sud-est. Il che provoca un'onda fastidiosa per noi che avremmo in programma di scendere verso l'isola di Paxos. Inoltre, credo che mia madre in queste ultime ore di emozioni ne abbia gia' collezionate a sufficienza, pertanto opto per un programma tranquillo. Una buona occasione per visitare un poco l'isola di Corfu'. In macchina raggiungiamo prima Kassiopi, un paesino sulla costa settentrionale, poi Ay Stefanos, un porticciolo di pescatori di fronte alle isole di Matraki e Othoni, ed infine Palaiokastrita. Tutto e' chiuso per l'inverno. Non riusciamo a trovare ne' una taverna ne' un bar aperto per poter mangiare qualcosa per pranzo. Troviamo pero' un piccolo negozio di alimentari dove compriamo pane e companatico, oltre ad una bottiglia di vino bianco con i quali organizziamo un improvvisato pic-nic in riva al mare. Nel frattempo infatti e' spuntato un pallido sole. Il luogo prescelto non e' lontano dal monastero ortodosso di Palaiokastrita che visitiamo nel pomeriggio. Nessun monaco in giro per i vialetti, ma in compenso tanti gatti, appisolati un po' ovunque. Suggestiva la chiesa, adornata di icone ed immagini sacre. Anche il suo custode sembra seguire l'esempio dei gatti. Dorme alla grande, anche se in una posa decisamente meditabonda. Faccio anche un salto al porticciolo dove noto, rispetto all'ultima volta che vi ero venuto in barca, una nuova massicciata sul molo di sopraflutto. Sicuramente utile per le mareggiate, ma ora i posti per il transito sono diventati veramente pochi. Non certo in questa stagione dove per mare non c'e' praticamente nessuno. Rientriamo a Gouvia percorrendo una strada panoramica sulla montagna. In questa stagione il buio scende presto e quando cala il posto migliore in cui stare e' al calduccio sulla nostra Habibti.

(Giornale di bordo)

sabato 11 novembre 2017

Gouvia


Dopo aver trascorso una notte ad Atene, arriviamo a Corfu con il volo delle 8 della mattina sotto una pioggia scrosciante. Purtroppo le previsioni per i prossimi giorni non sono un granche'. Ritiriamo la Fiat Punto che avevamo affittato e raggiungiamo il Marina di Gouvia percorrendo la strada che costeggia la citta' vecchia. Habibti e' ormeggiata al molo M posto 45. Gli amici inglesi nostri vicini di barca non ci sono. In effetti ci avevano detto che sarebbero restati solo fino a fine ottobre. Conosciamo invece degli altri vicini, armatori della barca a vela sulla nostra sinistra, inglesi anche loro naturalmente. Stanno partendo per rientrare a casa e ci dicono che fino al giorno precedente sembrava fosse ancora estate. Oggi, invece, grandi nuvole nere riempiono il cielo scaricando catinelle d'acqua. Nell'attesa che arrivi il pomeriggio, quando dovremo tornare in aeroporto a prendere mia madre in arrivo da Roma, sistemiamo la barca e andiamo a fare cambusa in un vicino supermercato. Il vero problema, fatta la spesa, e' portarla a bordo. Il tragitto dal parcheggio alla barca e' piuttosto lungo e con tutta la pioggia che sta cadendo la doccia e' assicurata. E cosi' e' stato. Arrivo in barca completamente inzuppato, nonostante avessi indossato la cerata. E la spesa non e' da meno. Per pranzo spilucchiamo qualcosa in uno dei bar del porto. Approfittiamo anche del WiFi per controllare nuovamente le previsioni del tempo. Sono poco incoraggianti, ma non disperiamo. Alle 17 siamo in aeroporto. Il volo di mia madre e' previsto atterrare una mezz'ora piu' tardi. Tuttavia, alla pioggia torrenziale ora si sono aggiunti anche tuoni e fulmini. Il cielo ne e' completamente rischiarato. L'atterraggio dell'aereo viene pertanto ritardato per ben due volte, fino a quando il pilota, dopo aver sorvolato per oltre un'ora e mezza Corfu', decide di fare ritorno ad Atene. Saggia decisione. Verso le 20 riesco a contattare telefonicamente mia madre. E' piuttosto scossa dall'esperienza. ''Credevo che saremmo precipitati'', mi ha detto senza fare altri commenti. Fortunatamente riesco a metterla in contatto con un altro passeggero greco che parla italiano. E' Costantino, il marito di Angela che casualmente avevamo conosciuto mentre aspettavamo insieme in aeroporto. Una coincidenza fortuita ma risolutiva in quanto mia madre che non parla inglese avrebbe sicuramente avuto difficolta' di comunicazione all'aeroporto di Atene. Costantino, ci dice Angela, ha imparato l'italiano da ragazzo mentendo ai genitori, convinti che nel corso di lingua che gli avevano pagato stesse studiando il tedesco. Ci diamo tutti appuntamento per l'indomani mattina. Noi torniamo in barca dove ci prepariamo una minestra e apriamo una bottiglia di vino rosso. Fuori continua a diluviare e fa pure freddo.

(Giornale di bordo)

martedì 7 novembre 2017

Polene



Un ruolo particolare giocavano i costruttori di polene che provenivano da chissa' dove e facevano solo questo lavoro: figure sulla prua e sulla poppa, che in certe parti chiamano anche mascaroni o bestioni. La polena non e' solo un ornamento sul tagliamare della nave. Ha un aspetto inconsueto, occupa un posto di spicco - rivolta verso l'orizzonte, sovrasta le onde. Nei tempi antichi veniva intagliata in legni forti e resistenti, come quello di cedro o di larice levantino, perche' l'umidita' non la consumasse e il sale non la corrodesse. Il suo ruolo era di sorprendere, d'impaurire o di salvare. Spesso gli equipaggi la ritenevano un amuleto, credendo in essa anche senza rivolgerle delle preghiere. I pirati nascondevano il suo significato come uno dei massimi segreti. I golfi l'accoglievano di solito con sfiducia, i porti con timore. Le polene non raccontano e non ammoniscono, ma contengono spesso le tracce di storie o di auguri. E' difficile scoprire il loro rapporto col mare - e' collegato certo con cio' che meno sappiamo del mare stesso. Le sirene e le ninfe, i tritoni e i nettuni, i mostri e le meduse, le varie e multiformi chimere che accompagnano la navigazione, si perdono o si dimenticano. Le polene del Mediterraneo non dovrebbero invece estinguersi.

(Pedrag Matvejevic, Breviario mediterraneo)

domenica 5 novembre 2017

Determinazione



Da quando fui stanco di cercare,
ho imparato a trovare.
Da quando un vento mi ha fatto resistenza,
navigo con tutti i venti.

(Friedrich Nietzsche, La mia felicita')

giovedì 2 novembre 2017

Sailor Jack


Marinai si nasce, non si diventa. Per «marinaio» non intendo uno di quegli individui scialbi e insignificanti che si incontrano di questi tempi sul castello di prua delle navi, in mare aperto, ma intendo un uomo che prende possesso di quell’ammasso di legno, acciaio, cime e tela e lo trasporta a suo piacimento sulle superfici marine. E, checché ne dicano i capitani e sottufficiali delle grandi imbarcazioni, il diportista è un marinaio vero e proprio. Egli sa, deve sapere fare in modo che il vento porti la barca da un punto verso un altro. Non deve ignorare nulla delle maree, delle correnti, dei mulinelli, delle secche, delle boe nei canali, della segnaletica diurna e notturna. Deve continuamente sorvegliare i mutamenti del tempo e sviluppare una familiarità istintiva con il proprio mezzo. Deve farlo orzare al vento al momento giusto per favorire la virata e rilanciarlo sull’altro bordo senza fermarlo ne' farlo poggiare esageratamente. Un marinaio di lungo corso, oggi, non ha più bisogno di sapere tutte queste cose. Infatti le ignora tutte! Piazzatelo a bordo di una piccola imbarcazione e avrete modo di vedere quanto è sprovveduto. Starebbe più a suo agio sulla groppa di un cavallo! Non scorderò mai il mio stupore di ragazzo, la prima volta che incontrai una di queste curiose creature. Si trattava, nel caso specifico, di un marinaio inglese, un disertore. Avevo allora dodici anni e possedevo una scialuppa di 14 piedi, pontata e con la deriva, che avevo imparato a manovrare da solo. Guardavo questo tizio come fosse un dio, quando mi raccontava di paesi e personaggi esotici, di prodezze e tempeste di vento, roba da far drizzare i capelli in testa. Un giorno lo portai a fare un giro con me. Issai la vela, un po’ intimidito, da modesto marinaio amatoriale quale ero, e partimmo. Ero convinto di essermi portato dietro un uomo dall’occhio infallibile, che la sapeva più lunga sul mare di quanto avrei mai potuto sapere io. Dopo essermi applicato giusto un po’ alla manovra, gli lasciai barra e scotta. Mi sedetti sulla panca centrale della barca e rimasi lì, a bocca aperta, pronto a scoprire finalmente cosa fosse la vera navigazione. Ebbene, rimasi davvero di stucco quando mi accorsi di quanto valesse in realtà un «vero» uomo di mare a bordo d’una barchetta. Non era capace di regolare la vela nelle diverse andature, rischiammo di scuffiare diverse volte sopravento perché strambava come dio solo lo sa. Non sapeva a cosa servisse la deriva, e neppure che con i venti portanti è meglio sedersi al centro della barca e non sul bordo. Al ritorno, andò addirittura a sbattere sul molo facendo schiantare la prua e saltare la base dell’albero. Di conseguenza posso tranquillamente affermare che si può viaggiare una vita intera a bordo d’una nave senza sapere cosa significhi davvero navigare. Il richiamo del mare lo sentii all’età di dodici anni. A quindici, ero già capitano e proprietario di uno sloop pirata con il quale facevo incetta di ostriche. A sedici, viaggiavo a bordo di scafi attrezzati come golette, pescavo i salmoni con i pescatori greci del fiume di Sacramento e mi guadagnai persino un posto da marinaio nelle vedette della guardia costiera. Ero un buon marinaio, sebbene non mi fossi mai spinto oltre la baia di San Francisco o i fiumi che vi confluiscono, e non avessi ancora mai navigato in mare aperto. Poi, al compimento del diciassettesimo anno di età, mi imbarcai come marinaio a bordo di un tre alberi che salpava per un viaggio di sette mesi, andata e ritorno, sul Pacifico. Come non mancarono di farmi notare i miei compagni di viaggio, avevo avuto una bella faccia tosta. Non mi ci vollero più di un paio di minuti per imparare i nomi e le funzioni di certe cime che non conoscevo. Era semplice. Non facevo le cose alla cieca. Come diportista avevo imparato il perché e il percome delle manovre. Certo, dovetti imparare a governare con la bussola – per la qual cosa impiegai poco più di mezzo minuto – ma, andando di bolina, me la cavavo molto meglio della maggior parte dei miei compagni, perché in pratica navigavo così da sempre. Un quarto d’ora di apprendistato mi fu sufficiente per conoscere a memoria ogni traiettoria del vento. La morale della favola è che un vero marinaio si fa assai meglio le ossa con la navigazione da diporto. Quando un uomo ha frequentato la scuola del mare, non la lascia più. Il sale si impregna nel midollo osseo, nell’aria che respira e sentirà il richiamo del mare fino alla fine dei suoi giorni. Negli anni successivi ho scoperto sistemi più semplici per guadagnarmi da vivere. Ho abbandonato i castelli di prua, ma in mare ci torno sempre. Dal punto di vista del piacere, non c’è niente in comune tra una nave investita da una burrasca in mare aperto e uno yacht sorpreso dal maltempo in una baia protetta. Se si tratta di piacere e di eccitazione datemi lo yacht! Le cose accadono molto rapidamente e si è sempre in pochi alle manovre e sono manovre faticose, come ben sanno i diportisti! Sono stato sballottato da un tifone al largo del Giappone mentre facevo due turni di guardia, eppure ne sono uscito sicuramente meno sfinito di quando mi è capitato di dover combattere per due ore nel tentativo di ridurre la vela di prua di uno sloop di nove metri o di salpare due ancore da un ormeggio esposto a un furioso vento di sud-est. Si hanno tante sorprese e disavventure a bordo d’una piccola imbarcazione in tre giorni, quante se ne verificano su una nave oceanica in tutto un anno. Mi ricordo ancora della prima uscita fatta una volta con una barchetta di 30 piedi che avevo appena acquistato. Nel giro di soli sei giorni abbiamo subito due burrasche. E, tra una burrasca e l’altra, abbiamo avuto ogni volta un breve intervallo di calma piatta. Nel bel mezzo di una burrasca, abbiamo dovuto recuperare il battellino di salvataggio che se ne va alla deriva tra le onde pieno d’acqua, aveva rotto le cime con le quali lo rimorchiavamo. Prima di avere il tempo di realizzare che eravamo quasi morti dalla fatica, domammo la barca a prezzo di enormi sforzi. Che soddisfazione poi, nel ricordare quei momenti, con quale gioia li raccontate ai vostri amici skipper, membri della grande famiglia dei diportisti! Preferisco una barca a vela a una a motore, e sono convinto che la manovra di un veliero sia un’arte più raffinata, più difficile, più energica di quella di una barca a motore. Per la barca a vela ci vuole senz’altro più abilità, più intelligenza e molta più esperienza. E non c’è scuola migliore al mondo, per il giovane adolescente come per l’uomo maturo. Se il ragazzo è molto giovane, dategli un barchetta stabile. Il resto lo farà da solo. Inutile cercare di insegnargli qualcosa. Nel giro di poco sarà in grado di issare da solo una vela e di timonare. Poi inizierà a parlare di chiglie, di derive, e vorrà portarsi dietro una coperta per poter passare la notte a bordo. Non temete per lui. Senz’altro andrà incontro a rischi e disavventure. Ma ricordatevi che gli incidenti domestici non sono meno numerosi di quelli che si verificano sull’acqua. Uccidono più ragazzini le case surriscaldate che le barche, piccole o grandi che siano. D’altro canto, la navigazione ha contribuito a trasformare molti giovani in adulti solidi e autonomi più di quanto abbiano fatto il cricket o le lezioni di danza. E poi, se sei marinaio per un giorno, resti marinaio tutta la vita. Il sapore del sale non si dimentica più. Un marinaio non è mai troppo vecchio per non cedere alla tentazione di lanciarsi in una nuova avventura tra il vento e le onde.

(Jack London, Le gioie della navigazione con una piccola barca)

martedì 31 ottobre 2017

Amicizie marine



Per un marinaio l'accoglienza è sinonimo di fratellanza ed amicizia. E' il mare che rende ai suoi uomini il senso di coesione ed appartenenza alla medesima famiglia. Non per nulla le Amicizie di mare si cementano in pochi istanti e restano indelebili nel tempo sebbene poi le rotte si dividano allontanandosi. Non ci sarà mai il giorno della dimenticanza, mentre quelli della speranza di rivedersi e darsi un abbraccio di certezza saranno a  guidare i sentimenti di ogni buon marinaio.

P.S. dedicato ad Antonio, Doron, Alex, Nadin, Sascha e a tutti gli altri Amici incontrati per mare

(Maurizio Lamorgese, Pensieri)

domenica 29 ottobre 2017

Catrame, Canapa e Stoppa



Dal catrame e dal suo pregnante odore era facilissimo stabilire dove si trovava il cantiere e di che tipo fosse. Il catrame si faceva con legno di abete vecchio o di pino, tagliati quando erano gia' esauriti e da loro piu' non colava, vicino all'intaccatura, il liquido di resina. Il loro tronco rimaneva a lungo a cuocere o ad ardere finche' alla fine restava una materia densa e scura. E anche questa veniva poi ripulita per togliere tutte le impurita' residue. Non si puo' concepire la costruzione della piu' semplice forma di barca senza catrame. Il catrame impedisce che le tavole di legno, al caldo o all'umidita', fermentino come il vino, chiude le cavita' e arresta la marcescenza. Viene altresi' passato come un rivestimento sulle funi, soprattutto su quelle piu' spesse, e sulle doghe delle botti. Vi si aggiunge talvolta del sego o della cera per stemperarlo. Si indurisce, cioe' si solidifica facilmente e allora bisogna scioglierlo. Si ammorbidisce nel fuoco e insieme a dei rotoli di stoppa s'introduce nel fasciame e fra le costole della carena come fosse una medicina. Provoca una fiammata forte e odorosa quando si scioglie, lascia del carbone secco e leggero quando si brucia. Col catrame venivano curate la pelle e la gotta e, quant'e' vero Iddio, anche certe altre malattie che i marinai contraevano nei porti del Mediterraneo.
Anche la canapa richiede un trattamento laborioso. Anch'essa, come il materiale di legno, viene messa a bagno o a riscaldare per liberare il suo fusto dalla resina e dal grasso, a scolare e a seccare al sole come il sale; poi bisogna strofinarla e batterla come fosse una spugna, pettinarla perche' il suo fusto si ripulisca e si addolcisca per poterla infine annodare in trecce per ricavarne funi, tesserla per fare le vele. Quel che non si riesce a dipanare in bioccoli e filacci, resta come stoppa rozza e informe. La canapa si lavava di solito in acqua dolce, per non avvelenare i pesci marittimi. Nel suo fusto c'e' dell'olio e della materia che inebria, conosciuta dai tempi piu' antichi. E' stato notato che qualche volta i marinai si appoggiano al cordame e restano ad odorarlo: si direbbe che lo sorseggino, fantasticando probabilmente sul loro ritorno. 
La stoppa e' forse la componente piu' modesta dell'attrezzatura di bordo. I suoi filamenti sono di canapa o lino. Vengono lavati, asciugati, pettinati, poi lavorati a dovere. Diventano lisci e serici, bianchi come la canizie oppure si trasformano in ciocche bionde come il tabacco. Su alcuni fili, estratti dai vecchi cordami, rimane per sempre la traccia nera, del catrame. La stoppa detta marinara non ha lo stesso odore della canapa scardassata. E' ugualmente necessaria per la riparazione di un piccolo caicco come di un grosso galeone. E' in grado di tappare i buchi nelle fiancate dello scafo o le fessure nelle assicelle della coperta. Quando dall'albero si stacca un nodo essa lo rimpiazza, riempiendo lo spazio lasciato vuoto. Con la stoppa, una volta venivano puliti e lucidati non soltanto la spada o la lancia, ma anche le canne delle carabine o le bocche del cannone della nave. In tempi recenti viene sostituita dalla iuta, arriva dall'Oriente, dal lontano Bengala, che pero' non e' riuscita a soppiantarla del tutto. Per quanto sia povera e negletta, la stoppa e' sempre preziosa a colui che naviga il Mediterraneo su una barchetta insicura e logora, da un'isola all'altra.

(Predrag Matvejevic, Breviario mediterraneo)

venerdì 27 ottobre 2017

Straorzata



Puo' capitare, puo' capitare benissimo. Un'onda ti solleva sulla cima di un torrione d'acqua esponendoti all'improvviso a una raffica di vento maligna, o magari sei tu a sbagliare la manovra orzando troppo o troppo velocemente. Se il vento e' forte, e in questi giorni lo e' stato davvero, ecco che la barca parte in straorzata e si rischia di scuffiare. Il timone non risponde piu', e a comandare sono le vele e il vento, che ti porta dove gli pare. L'unica e' mollare la scotta della randa, sempre che nel frattempo tu non sia finito in mare disarcionato dalla barca imbizzarrita.

(Sergio De Santis, L'opera viva)

mercoledì 25 ottobre 2017

Vele


Le vele si regolano innanzitutto col vento, secondo la sua direzione e la sua forza, in rapporto al tempo e al mare, alla stessa navigazione. Una volta erano fatte di pelle, di canniccio, di tela. Venivano cucite e si stracciavano come si cuciono e si stracciano le camicie e i lenzuoli. La storia della marineria ha conosciuto innumerevoli specie di vele: la quadra usata gia' dagli antichi egizi, la latina, la portoghese, la genovese, in tempi piu' recenti anche quella delle Bermuda, venuta Dio sa come fino alle nostre sponde. I gabbiani, stanchi dal volo, si riposano sulle loro cime. Le vele principali: di trinchetto e di maestra, di mezzana, di belvedere e di straglio, sono collocate fra il bompresso a prua e la parte poppiera. Le vele laterali stanno sull'una o sull'altra banda, quelle ausiliari si trovano un po' dappertutto. Le une occupano la posizione superiore, le altre inferiore. Questa gerarchia e' abbastanza rispettata su tutto il Mediterraneo. Alcuni nomi delle vele rievocano avventurosi viaggi e strani viaggiatori: brigantina, carbonera, civada, borda, parocchetto, cocchina, scopamare, vela di Sant'Antonio ecc. Numerosi sono i soprannomi di ambito locale o regionale, che possiede quasi ogni golfo o porto: vele "a penna", ad "antenna", a "triangolo", quelle con "fiocco" o "trinchetto" e altre ancora, simili e diverse. Si fissano e si tengono insieme con speciali congegni e attrezzi, vari viti e ganci, stecche di tutte le dimensioni, argani e verricelli, diverse cuciture e orlature, groppi e spaghi sottili e grossi, funi e corde di ogni spessore che vengono tese e allentate per essere poi ammucchiate sul ponte o avvolte attorno alle bitte. Nelle lingue slave meridionali i termini quasi omonimi, jedra (vele) e njedra (seni) sono della stessa radice e derivazione: alcune vele sono davvero i seni della nave, si gonfiano e palpitano dall'inizio alla fine del periplo. Le vele prodotte con nuove fibre, artificiali, non possiedono lo stesso odore di quelle fatte di canapa, naturali. "Non lavare le vele in mare", e' il consiglio dei vecchi marittimi, meglio "affidarle alla pioggia o al sole". Una volta si ammainavano e alzavano solo a mano, le nuove meccaniche aiutano ma non riescono a sostituire le braccia marinaie. Ci vuole tanta esperienza, e talvolta anche fortuna, quando il velieri s'inclina e va alla banda, soprattutto nel momento in cui il mare irrompe sulla coperta e minaccia di capovolgere la barca. Ai forti colpi di vento subentra la paura che la chiglia si sollevi troppo e che insieme con il velame voli via. Veleggiare contro vento, bordeggiare un po' da una parte e un po' dall'altra, e' una grande arte, non solo in ambito marittimo. Le vele rassomigliano a certe nuvole sul Mediterraneo.

(Predrag Matvejevic, Breviario mediterraneo)

giovedì 19 ottobre 2017

Trump Steamer



Fu allora che, per la prima volta, mi apparve il Tramp Steamer, personaggio di non secondaria importanza nella storia di cui ci occupiamo. Con questa espressione, come noto, si definiscono i mercantili di scarso tonnellaggio, non appartenenti alle grandi compagnie di navigazione, che viaggiano di porto in porto cercando carichi occasionali da trasportare dove che sia. E cosi' tirano a campare, trascinando la loro sagoma malconcia assai piu' a lungo di quanto potrebbero far prevedere le loro precarie condizioni. Entro' all'improvviso nel mio campo visivo, con una lentezza di un sauro ferito a morte. Non potevo credere ai miei occhi. Con la splendente meraviglia di San Pietroburgo sullo sfondo, il povero cargo stava invadendo lo spazio con le sue fiancate cosparse fino alla linea di galleggiamento di tracce untuose di ossido e di sporcizia. Il ponte di comando e, in coperta, la fila delle cabine destinate all'equipaggio e ad occasionali passeggeri, erano stati verniciati di bianco in tempi molto remoti. Ora uno strato di sudiciume, di olio e di ruggine dava loro un colore indefinibile: il colore della miseria, della decadenza irreparabile, di un logorio disperato e incessante. Scivolava, irreale, con l'ansimare agonico delle sue macchine e il ritmo sconnesso delle sue bielle che, da un momento all'altro, minacciavano di tacere per sempre. Occupava ormai il primo piano nello spettacolo irreale e sereno che mi avvinceva, e il mio stupore divento' qualcosa di molto difficile da precisare. C'era, in quel errabondo relitto marino, una sorta di testimonianza del nostro destino sulla terra. Un pulvis eris che appariva piu' eloquente e ineluttabile su quelle acque di lucido metallo, con in fondo la candida e dorata annunciazione della capitale degli ultimi zar. Accanto a me si ergeva il profilo svelto degli edifici e dei moli della riva finlandese. In quell'istante comincio' a nascermi dentro una calda, solidale simpatia per il Tramp Steamer.


(Alvaro Mutis, L'ultimo scalo del Tramp Steamer)

martedì 17 ottobre 2017

Il fantasma della nave da carico


... e un odore e un rumore di bastimento vecchio,
di legni imputriditi e ferraglie avariate,
e di macchine stanche , ululanti e piangenti,
che spingendo la prua, pestando le fiancate,
ruminando lamenti, e ingoiando distanze su distanze,
con uno stridore di acque agre sopra le acque agre,
muovono sopra le vecchie acque il vecchio bastimento.

(Pablo Neruda, El fantasma del buque de carga)

domenica 15 ottobre 2017

La letteratura delle barche


Naturalmente né il mare né la barca sono simboli univoci ed immutabili. Il mare, per sua natura fluido, inafferrabile, mutevole, sfugge ad ogni tentativo di schematizzazione o semplificazione. Quanto alla barca è la sua stessa ramificazione in una varietà di tipologie diverse ad esaltarne la capacità quasi proteica di assumere molteplici significati metaforici. Non è questa la sede per analizzare come alle mutazioni subite dalla barca nel corso dei tempi si siano accompagnate analoghe variazioni nella sua rappresentazione letteraria. Ci limitiamo ad osservare che per lungo tempo fino ad epoche relativamente recenti le barche sono state viste prevalentemente come luoghi di pena, in cui un'umanità marginale e infelice affronta i pericoli di un ambiente ostile: "ships are homes of sadness" recita con desolata amarezza l'anonimo autore del Seafarer, la prima opera letteraria di mare del mondo anglosassone. Anche nell'epoca dei viaggi di scoperta la barca è ancora uno strumento e il mare meramente uno spazio in cui si è costretti a spostarsi per commerciare, conquistare nuovi mondi o combattere. Solo con il romanticismo esso diventa nell'immaginario collettivo quello che per molti aspetti ancora oggi rimane, lo specchio delle aspirazioni e delle inquietudini dell'uomo. E' il periodo dei grandi velieri, che non a caso sono al tempo stesso l'espressione più alta della costruzione navale e dell'arte del navigare e i protagonisti delle maggiori opere letterarie dedicate al mare. Se il mare è il luogo della sfida, la nave a vela è, con la sua particolare struttura sociale, con i riti e i valori che ne regolano l'esistenza, il teatro ideale della formazione del carattere, e imbarcarsi è una tappa quasi iniziatica nel processo di maturazione individuale. Con il tramonto dei grandi velieri, che lasciano il mondo accompagnati dal lirico e accorato epitaffio di Conrad, la navigazione cambia e, con essa, anche l'immagine che se ne riflette nelle opere degli scrittori. Navi sempre più grandi solcano gli oceani: capaci di muoversi senza dover ricorrere alla forza del vento sembrano quasi indifferenti agli elementi naturali che le circondano. Per il transatlantico la minaccia non arriva più dal mare ma è tutta al suo interno. Nasce, come per una città, dal suo essere labirintico e tentacolare. Sotto questo aspetto la letteratura delle grandi navi ha poco a che fare con il mare. La grande tradizione marinaresca e letteraria dell'Ottocento sopravvive forse in modo più autentico nelle opere che hanno a protagonista un nuovo tipo di natante, la piccola barca da diporto. Il graduale diffondersi a partire dalla seconda metà dell'Ottocento di navigazioni impegnative affrontate a bordo di yacht di modeste dimensioni, con equipaggi ridotti o spesso addirittura in solitario, offre lo spunto a una letteratura la cui materia prima è fornita dai diari di bordo, rielaborati talvolta con l'aggiunta di elementi romanzeschi e di fantasia, oppure arricchiti di considerazioni filosofiche e osservazioni personali. E' una letteratura minore, in cui sono rari i veri capolavori, ma ciò che qui ci interessa sottolineare è la forte connotazione metaforica che, più o meno consapevolmente, in queste opere assume la barca: in contrasto a un mondo i cui valori appaiono sempre più estranei, essa è il luogo in cui si può essere totalmente padroni di se stessi e della propria vita, lo strumento per l'affermazione della libertà e per la realizzazione del sogno. Giustamente è stato anche rilevato come le forme di una piccola barca richiamino la simbologia della culla o del guscio, facendone spazi protetti dalla realtà circostante oltre che dagli elementi naturali, in cui è possibile ritrovare il calore e la sicurezza dell'infanzia. L'esperienza del navigare non è più vissuta come un processo di maturazione, il passaggio dalla sottile linea d'ombra al di là della quale inizia la vita adulta, ma piuttosto come una vera rinascita, il cui primo passo è il ritorno all'infanzia.

(Paolo Lodigiani, Scritti)

venerdì 13 ottobre 2017

La saggezza di MacDuff


Abbiamo evitato tutti gli argomenti delicati. MacDuff e io abbiamo chiacchierato molto di barche e di mare. Sentirlo parlare delle sue avventure in mare è stato uno dei momenti di ascolto più preziosi della mia vita, e mi ha fatto capire che la mia esperienza personale non era che un frammento di un tutto di cui non immaginavo nemmeno l'esistenza. Per MacDuff il mare non era solo uno stile di vita, era il fondamento stesso del suo rapporto con la realtà. Era imparare a vivere in continuo movimento, a non dare mai niente per scontato, a cercare una sempre maggiore umiltà e rispetto per ciò che l'uomo non domina, e a vivere pienamente ogni istante. In mare si coglie la vera dimensione e il vero valore dell'essere umano. A terra si crede sempre di essere più importanti di quanto si è in realtà, diceva MacDuff. Si cerca di lasciare le proprie tracce, sia nella coscienza degli altri che nei confronti dell'eternità. In mare si sa che non serve a niente. Quando la scia di una barca si dissolve, tutto torna esattamente come prima del passaggio.

(Bjorn Larsson, Il cerchio celtico)

mercoledì 11 ottobre 2017

Modestia



Sul mare, davanti al mare, in una piccola barca, è meglio non darsi tante arie.

(Bjorn Larsson, Il cerchio celtico)

lunedì 9 ottobre 2017

Rustica



La cabina del Rustica era calda e confortevole. Sono rimasto un momento in piedi al buio prima di accendere la lampada a petrolio. I riflessi della luce che filtrava dal piccolo foro di ispezione nella piastra della stufa danzavano sul soffitto della cabina. Il foro serviva a controllare se la stufa bruciava bene, ma non lo usavo mai. Mi bastava guardare i riflessi sul soffitto per capire se c'era bisogno di pulirla. D'altra parte non mi dovevo preoccupare spesso del riscaldamento. La stufa era un vecchio modello a gasolio, di quelle che i pescatori hanno usato per piu' di cinquant'anni. Non aveva bisogno di elettricita' e non si doveva nemmeno cambiare lo stoppino. Aveva due bruciatori circolari di metallo sul fondo e il flusso del gasolio era regolato da una semplice manopola. Era un meccanismo collaudato che non mi aveva mai tradito. Erano gia' quattro inverni di fila che scaldava la cabina del Rustica, senza che dovessi fare altro che pulirla una volta ogni due mesi. La stufa era ormai diventata parte integrante della barca, e sarebbe stato facile, quindi, dimenticarsi di lei. Invece la guardavo spesso con gratitudine, perche' rendeva possibile il mio stile di vita e mi potevo fidare di lei con qualsiasi tempo. Inoltre con il suo lustro acciaio inossidabile e le sue forme tondeggianti, era un fondamentale elemento di decoro nel quadrato del Rustica. Provavo gli stessi sentimenti per la mia lampada a petrolio, una Stelton che avevo appeso sopra al tavolo. Esattamente come la stufa, era bella, robusta e funzionale. La linea era moderna, ma aveva un bruciatore eccezionale che esisteva da diversi anni. Quando la fiamma era al massimo, faceva una luce come una lampadina da 40 watt. E in piu', emanava anche 700 watt di calore. Sul lato sinistro della cabina era fissata la mia cucina a due fuochi in smalto bianco, anche questa un vecchio modello ormai fuori commercio. Era preriscaldata ad alcool, e per questo i bruciatori si sporcavano di rado. I nuovi modelli, preriscaldati a petrolio erano difficili da accendere e richiedevano piu' attenzioni di un neonato. Tutto considerato mi era andata bene. Ero stato fortunato anche con la barca, un Rustler 31 che avevo comprato di seconda mano a Barseback, per quanto incredibile possa sembrare. Era un'imbarcazione a chiglia lunga, di 31 piedi di lunghezza e 9 di larghezza. Era stata costruita dai cantieri navali Anstey Yachts in Inghilterra, e aveva tutte le caratteristiche di una barca a chiglia lunga ben costruita, o meglio, tutte tranne la velocita'. La sistemazione era quella tradizionale. Angolo cucina a sinistra, tavolo da carteggio a dritta. Poi c'erano due cuccette, un guardaraba, un bagno e la cabinetta di prua, la mia camera da letto. Contrariamente al solito, gli arredi erano in frassino e non in teak. Prima di trasferirmi a vivere a bordo, non avrei mai immaginato quanta importanza avesse la luce. D'estate il teak e' senz'altro un legno caldo e seducente, ma nei piovosi pomeriggi di novembre avevo imparato ad apprezzare le paratie dipinte di bianco e gli armadi di legno chiaro. 

(Bjorn Larsson, Il cerchio celtico)

sabato 7 ottobre 2017

Katrina


Di quand'è?, domandai affacciandomi sottocoperta. Il babbo si stava levando il giaccone e i guanti.
Che cosa?
La barca.
Lo scafo è di una ventina d'anni fa, ma buona parte del resto è stato cambiato o sistemato di recente. Abbiamo anche ridisegnato una delle cabine e molti dei legni.
Abbiamo?, ripetei seduto sulla scaletta di ingresso al quadrato, le mani ancora appese ai maniglioni esterni. Il babbo si bloccò e mi diede una rapida occhiata, poi andò verso il cucinotto.
Sì, gli ho dato una mano anch'io.
Annuii e buttai uno sguardo in giro. L'interno sembrava scolpito in un unico blocco di legno ambrato, i paglioli erano nuovi, o piallati e ridipinti da poco. Forse era l'aspetto, o addirittura il contrasto con le mie magre attese, ma mi pareva di sentire l'odore delle barche appena varate. L'angolo cucina era subito a destra della scaletta, con davanti un ripiano e un lungo scaffale di legno. Sulla sinistra c'erano il carteggio e il tavolo circondato dal grande divano a U. I cuscini erano ognuno di un colore diverso e davano a tutto l'interno una bella aria allegra.
Vieni, ti faccio vedere il resto.
Con un cenno della testa il babbo mi invitò a seguirlo e finii di scendere. Tra il ripiano e lo scaffale, a destra, era incastrata una sorta di bidone d'acciaio, con un tubo che saliva su fino al cielo del quadrato.
E' la stufa. Senza, se siamo fermi, moriresti dal freddo.
A gasolio?
Il babbo annuì.
E quando navighi?
Se il motore è acceso si manda il riscaldamento elettrico, sennò si sta al freddo.
Mi mostrò dunque il resto della barca. A poppa c'erano due grandi cabine matrimoniali, dove avremmo dormito noi. Subito oltre al quadrato partiva uno stretto corridoio con a sinistra una cabina con due letti a castello e a destra un'altro bagno. In fondo, la cabina di prua era stata riempita di scaffali e trasformata in cambusa.
Qui il riscaldamento non ci arriva, senti che bel frescolino.

(Pietro Grossi, Il passaggio)

domenica 1 ottobre 2017

Nuove sponde


...
Piu' veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare
...

(Franco Battiato, La cura)

venerdì 29 settembre 2017

Il veliero va...


Il veliero va
e ti porta via,
in alto mare e gia' sei meno mia.
Inevitabile oramai,
ma come faccio a immaginare che sarai
di un altro uomo!
Il veliero va
e mi porta via
spumeggiando va,
e' giusto e sia.
Ma mi domando come puo'
il mio destino fare in modo che saro'
di un'altra donna!
Il veliero va
tutti quanti su,
prua al mare va non torna piu'!
Lo smarrimento vince sempre lui,
mamma paura come sempre non lasci mai
i figli tuoi!

(Lucio Battisti, Il veliero)

mercoledì 27 settembre 2017

Avventurieri


Lo sloop ondeggiava paurosamente. La barca vibrava, fremeva, sembrava sudare, provava a tendere i muscoli per non urtare gli scogli, ma non trovava pace. Veniva sballottata e stirata in ogni direzione dal mare e dal vento. Le cime gemevano, cigolavano, si sfibravano. Si erano infilati in un fiordino stretto fra pietre aguzze ricoperte d'erica e licheni, su al nord, dalle parti di Kirkcudbright. A ogni colpo lo sloop sfiorava o grattava le rocce che lo proteggevano dalle ondate dirette e dagli occhi dei poliziotti che da alcuni giorni li stavano cercando. Quelle grotte, scavate dal mare lungo la costa di Solway, erano sempre state il rifugio di pirati e contrabbandieri scozzesi o di quelli come loro, gente che arrivava dall'isola di Man per caricare armi e bottiglie e portarle dall'Inghilterra agli amici irlandesi. 

(Marco Steiner, Il corvo di pietra)

lunedì 25 settembre 2017

Gli odori del mare


Ho ascoltato e annotato i modi in cui la gente che vive sulle rive del mare parla degli odori del mare, sia sul versante settentrionale che su quello meridionale. Questi odori non sono gli stessi in ogni punto e in ogni momento, all'alba o all'imbrunire, nelle profondità e in superficie. Sono diversi quando il mare è calmo e quando è agitato; quando evapora per la calura e il vento o quando lo bagnano le piogge e l'umidità; quando si stende sui ciotoli o va a frangersi sulle rocce; quando lo frustano la bora e la tramontana o lo fanno rotolare il levante e lo scirocco. Gli odori del mare si mescolano con quelli dei pini e delle loro resine, dei vari alberi, piante, erbe. Molti posti lungo la riva hanno un odore particolare che ricordiamo e sappiamo riconoscere: là dove le onde hanno strappato l'erba dal fondo per farla sbriciolare al sole; dove le alghe si sono seccate sulle pietre e le caverne; vicino al mare nel porto o sul molo, sul fondo della barca o della nave, nella sassola o nella stiva; sulle pozzanghere che restano dopo il passaggio delle ondate e della bufera, mescolato all'acqua piovana. Molti hanno l'impressione che l'interno della conchiglia o le squame dei pesci conservino qualcosa delle profondità marine, che abbia un odore speciale il mare dei campi delle saline, quello che corrode il palmo delle mani e irrita le narici, quello che proviene dalle reti che si asciugano sugli stenditoi e quello delle corde legate alle boe o alle ancore. Diversi sono gli odori quando ci avviciniamo alla riva rispetto a quando ci allontaniamo da essa. Ci sono condizioni e composizioni marine i cui odori e profumi non si possono generalizzare. In proposito riporterò solo un'annotazione: quando prende a soffiare il vento del deserto, la costa cessa di avere il profumo del mare. L'oceano Atlantico si difende dal vento del deserto con le onde. Il Mediterraneo in simili circostanze, si potrebbe dire, si arrende.

(Predrag Matvejevic, Breviario mediterraneo) 

sabato 23 settembre 2017

Pescatore


Getta le tue reti
buona pesca ci sara'
e canta le tue canzoni
che burrasca calmera'
pensa pensa al tuo bambino
al saluto che ti mando'
e tua moglie sveglia di buon mattino
con Dio di te parlo'
con Dio di te parlo'
Dimmi dimmi mio Signore
dimmi che tornera'
l'uomo mio difendi dal male
dai pericoli che trovera'
troppo giovan son io
ed il nero e' un triste colore
la mia pelle bianca e profumata
ha bisogno di carezze ancora
ha bisogno di carezze ora
Pesca forza tira pescatore
pesca e non ti fermare
poco pesce nella rete
lunghi giorni in mezzo al mare
mare che non ti ha mai dato tanto
mare che fa bestemmiare
quando la sua furia diventa grande
e la sua onda e' un gigante
la sua onda e' un gigante
Dimmi dimmi mio Signore
dimmi se tornera'
quell'uomo che sento meno mio
ed un altro mi sorride gia'
scaccialo dalla mia mente
non indurmi nel peccato
un brivido sento quando mi guarda
e una rosa egli mi ha dato
una rosa lui mi ha dato
Rosa rossa pegno d'amore
rosa rossa malaspina
nel silenzio della notte ora
la mia bocca gli e' vicina
no per Dio non farlo tornare
dillo tu al mare
troppo forte questa catena
io non la voglio spezzare
io non la voglio spezzare
Pesca forza tira pescatore
pesca non ti fermare
anche quando l'onda ti solleva forte
ti toglie dal tuo pensare
e ti spazza via come foglia al vento
che vien voglia di lasciarsi andare
giu' leggero nel suo abbraccio
ma e' cosi' cattiva poi la morte
Dimmi dimmi mio Signore
dimmi che tornera'
quell'uomo che sento l'uomo mio
quell'uomo che non sapra'
che non sapra' di me
di lui e delle sue promesse vane
di una rosa rossa qui tra le mie dita
di una storia nata gia' finita
di una storia nata gia' finita
Pesca forza tira pescatore
pesca non ti fermare
poco pesce nella rete
lunghi giorni in mezzo al mare
mare che non ti ha mai dato tanto
mare che fa bestemmiare
e si placa e tace senza resa
e ti aspetta per ricominciare
e ti aspetta per ricominciare

(Pierangelo Bertoli, Pescatore)

domenica 17 settembre 2017

Gouvia


Giorno di partenza. Salutiamo Habibti scattandole una fotografia e in taxi raggiungiamo l'aeroporto. Il volo per Atene parte alle 11.20. Alle 15.35 ci imbarchiamo per Istanbul dove dovremmo attendere alcune ore prima di prendere l'aereo diretto a Kabul. Le trascorro cominciando a scrivere il diario di bordo. Un'abitudine che mi consente di rivivere per una seconda volta il nostro viaggio e lasciarne traccia scritta. La rotta del 2017 di Habibti è terminata. Tutto si è svolto nel migliore dei modi. Fra poco piu' di un mese dovremmo navigare ancora per qualche settimana nelle isole ionie, in attesa che arrivi l'inverno.

(Giornale di bordo)

sabato 16 settembre 2017

Gouvia


Nella notte abbiamo lasciato oblò e osteriggi aperti ed essendoci una forte umidità è entrata in barca un po' d'acqua. Lesson learnt! Sbrighiamo le varie pratiche al Marina e con le Autorità portuali. Tutti molto gentili. I prezzi in bassa stagione sono accettabilissimi. Poi mettiamo in ordine la barca. Non potendo consegnare il doppione delle chiavi a nessuno lasciamo le nostre coordinate a Terry che restando qui per tutto il mese di ottobre darà lui un'occhiata ad Habibti. Ai primi di novembre, se tutto va bene, dovremmo infatti essere nuovamente qui. La sera ceniamo in uno dei ristoranti del porto optando per quello che più ha l'aria di una taverna greca. Buona scelta.  Prendiamo halloumi (formaggio) alla griglia, patate fritte, cozze saganaki (con feta) e cozze all'aglio. Il tutto accompagnato da una bottiglia di Moscofilero, un vino bianco del Peloponneso. La cifra del conto è ridicola. E' proprio il caso di dire: viva la Grecia!

(Giornale di bordo)

venerdì 15 settembre 2017

Othonì - Gouvia


Durante la notte si è ballato un poco. Il mare, all'apparenza era un olio, ma il fatto che non ci fosse un alito di vento faceva sì che la barca reagisse in modo esagerato al leggero moto ondoso che la colpiva al traverso. Rollio fastidioso. L'aria è umidissima perciò prima di partire lasciamo che il sole riscaldi un poco l'atmosfera. Sono le 8.15 quando aliamo l'ancora. Ci restano da percorrere le ultime 35 miglia per arrivare a Gouvia dove Habibti trascorrerà il prossimo inverno. Prima di lasciare Othonì vado a gettare uno sguardo al nuovo pontile che è stato costruito e che non è ancora riportato sul portolano. Ci stanno, comode e ormeggiate all'inglese, quattro o cinque barche. Il fondale è sui 4 metri. C'è anche la possibilità di ormeggiarsi di poppa su una gettata in cemento, ma il fondo è roccioso e l'ancora potrebbe facilmente restare impigliata. Lasciamo le isole di Erikoussa e Matraki rispettivamente sulla sinistra e a dritta. Poi attraversiamo lo stretto passaggio largo circa un miglio che separa Corfù dalla costa albanese. Mi colpisce il numero di cipressi disseminati sui pendii dell'isola che, grazie alla forte umidità, è verdissima. Aumenta anche il numero delle barche in mare, molte all'ancora nelle numerose e attraenti calette. Sono per lo più charter con equipaggi tedeschi, inglesi e russi. Gli stessi che incontriamo in massa una volta giunti in porto. Una volta percorso il canale indicato da boe rosse e verdi chiamo sul canale 69 il Marina e annuncio il nostro arrivo. Ci rispondono di attendere e dopo una decina di minuti si avvicina un gommone che ci accompagna al nostro posto. Ormeggiamo accanto ad un Oyster 46 e a un Pershing a motore. Qui facciamo conoscenza con Chris e Terry i nostri vicini inglesi. Poi scendiamo a terra per informarci sulla possibilità di alare la barca a fine novembre per fare carena e il tagliando motore. Gli uffici sono chiusi e rinviamo il tutto a domani.

(Giornale di bordo)