CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE







martedì 17 ottobre 2017

Il fantasma della nave da carico


... e un odore e un rumore di bastimento vecchio,
di legni imputriditi e ferraglie avariate,
e di macchine stanche , ululanti e piangenti,
che spingendo la prua, pestando le fiancate,
ruminando lamenti, e ingoiando distanze su distanze,
con uno stridore di acque agre sopra le acque agre,
muovono sopra le vecchie acque il vecchio bastimento.

(Pablo Neruda, El fantasma del buque de carga)

domenica 15 ottobre 2017

La letteratura delle barche


Naturalmente né il mare né la barca sono simboli univoci ed immutabili. Il mare, per sua natura fluido, inafferrabile, mutevole, sfugge ad ogni tentativo di schematizzazione o semplificazione. Quanto alla barca è la sua stessa ramificazione in una varietà di tipologie diverse ad esaltarne la capacità quasi proteica di assumere molteplici significati metaforici. Non è questa la sede per analizzare come alle mutazioni subite dalla barca nel corso dei tempi si siano accompagnate analoghe variazioni nella sua rappresentazione letteraria. Ci limitiamo ad osservare che per lungo tempo fino ad epoche relativamente recenti le barche sono state viste prevalentemente come luoghi di pena, in cui un'umanità marginale e infelice affronta i pericoli di un ambiente ostile: "ships are homes of sadness" recita con desolata amarezza l'anonimo autore del Seafarer, la prima opera letteraria di mare del mondo anglosassone. Anche nell'epoca dei viaggi di scoperta la barca è ancora uno strumento e il mare meramente uno spazio in cui si è costretti a spostarsi per commerciare, conquistare nuovi mondi o combattere. Solo con il romanticismo esso diventa nell'immaginario collettivo quello che per molti aspetti ancora oggi rimane, lo specchio delle aspirazioni e delle inquietudini dell'uomo. E' il periodo dei grandi velieri, che non a caso sono al tempo stesso l'espressione più alta della costruzione navale e dell'arte del navigare e i protagonisti delle maggiori opere letterarie dedicate al mare. Se il mare è il luogo della sfida, la nave a vela è, con la sua particolare struttura sociale, con i riti e i valori che ne regolano l'esistenza, il teatro ideale della formazione del carattere, e imbarcarsi è una tappa quasi iniziatica nel processo di maturazione individuale. Con il tramonto dei grandi velieri, che lasciano il mondo accompagnati dal lirico e accorato epitaffio di Conrad, la navigazione cambia e, con essa, anche l'immagine che se ne riflette nelle opere degli scrittori. Navi sempre più grandi solcano gli oceani: capaci di muoversi senza dover ricorrere alla forza del vento sembrano quasi indifferenti agli elementi naturali che le circondano. Per il transatlantico la minaccia non arriva più dal mare ma è tutta al suo interno. Nasce, come per una città, dal suo essere labirintico e tentacolare. Sotto questo aspetto la letteratura delle grandi navi ha poco a che fare con il mare. La grande tradizione marinaresca e letteraria dell'Ottocento sopravvive forse in modo più autentico nelle opere che hanno a protagonista un nuovo tipo di natante, la piccola barca da diporto. Il graduale diffondersi a partire dalla seconda metà dell'Ottocento di navigazioni impegnative affrontate a bordo di yacht di modeste dimensioni, con equipaggi ridotti o spesso addirittura in solitario, offre lo spunto a una letteratura la cui materia prima è fornita dai diari di bordo, rielaborati talvolta con l'aggiunta di elementi romanzeschi e di fantasia, oppure arricchiti di considerazioni filosofiche e osservazioni personali. E' una letteratura minore, in cui sono rari i veri capolavori, ma ciò che qui ci interessa sottolineare è la forte connotazione metaforica che, più o meno consapevolmente, in queste opere assume la barca: in contrasto a un mondo i cui valori appaiono sempre più estranei, essa è il luogo in cui si può essere totalmente padroni di se stessi e della propria vita, lo strumento per l'affermazione della libertà e per la realizzazione del sogno. Giustamente è stato anche rilevato come le forme di una piccola barca richiamino la simbologia della culla o del guscio, facendone spazi protetti dalla realtà circostante oltre che dagli elementi naturali, in cui è possibile ritrovare il calore e la sicurezza dell'infanzia. L'esperienza del navigare non è più vissuta come un processo di maturazione, il passaggio dalla sottile linea d'ombra al di là della quale inizia la vita adulta, ma piuttosto come una vera rinascita, il cui primo passo è il ritorno all'infanzia.

(Paolo Lodigiani, Scritti)

venerdì 13 ottobre 2017

La saggezza di MacDuff


Abbiamo evitato tutti gli argomenti delicati. MacDuff e io abbiamo chiacchierato molto di barche e di mare. Sentirlo parlare delle sue avventure in mare è stato uno dei momenti di ascolto più preziosi della mia vita, e mi ha fatto capire che la mia esperienza personale non era che un frammento di un tutto di cui non immaginavo nemmeno l'esistenza. Per MacDuff il mare non era solo uno stile di vita, era il fondamento stesso del suo rapporto con la realtà. Era imparare a vivere in continuo movimento, a non dare mai niente per scontato, a cercare una sempre maggiore umiltà e rispetto per ciò che l'uomo non domina, e a vivere pienamente ogni istante. In mare si coglie la vera dimensione e il vero valore dell'essere umano. A terra si crede sempre di essere più importanti di quanto si è in realtà, diceva MacDuff. Si cerca di lasciare le proprie tracce, sia nella coscienza degli altri che nei confronti dell'eternità. In mare si sa che non serve a niente. Quando la scia di una barca si dissolve, tutto torna esattamente come prima del passaggio.

(Bjorn Larsson, Il cerchio celtico)

mercoledì 11 ottobre 2017

Modestia



Sul mare, davanti al mare, in una piccola barca, è meglio non darsi tante arie.

(Bjorn Larsson, Il cerchio celtico)

lunedì 9 ottobre 2017

Rustica



La cabina del Rustica era calda e confortevole. Sono rimasto un momento in piedi al buio prima di accendere la lampada a petrolio. I riflessi della luce che filtrava dal piccolo foro di ispezione nella piastra della stufa danzavano sul soffitto della cabina. Il foro serviva a controllare se la stufa bruciava bene, ma non lo usavo mai. Mi bastava guardare i riflessi sul soffitto per capire se c'era bisogno di pulirla. D'altra parte non mi dovevo preoccupare spesso del riscaldamento. La stufa era un vecchio modello a gasolio, di quelle che i pescatori hanno usato per piu' di cinquant'anni. Non aveva bisogno di elettricita' e non si doveva nemmeno cambiare lo stoppino. Aveva due bruciatori circolari di metallo sul fondo e il flusso del gasolio era regolato da una semplice manopola. Era un meccanismo collaudato che non mi aveva mai tradito. Erano gia' quattro inverni di fila che scaldava la cabina del Rustica, senza che dovessi fare altro che pulirla una volta ogni due mesi. La stufa era ormai diventata parte integrante della barca, e sarebbe stato facile, quindi, dimenticarsi di lei. Invece la guardavo spesso con gratitudine, perche' rendeva possibile il mio stile di vita e mi potevo fidare di lei con qualsiasi tempo. Inoltre con il suo lustro acciaio inossidabile e le sue forme tondeggianti, era un fondamentale elemento di decoro nel quadrato del Rustica. Provavo gli stessi sentimenti per la mia lampada a petrolio, una Stelton che avevo appeso sopra al tavolo. Esattamente come la stufa, era bella, robusta e funzionale. La linea era moderna, ma aveva un bruciatore eccezionale che esisteva da diversi anni. Quando la fiamma era al massimo, faceva una luce come una lampadina da 40 watt. E in piu', emanava anche 700 watt di calore. Sul lato sinistro della cabina era fissata la mia cucina a due fuochi in smalto bianco, anche questa un vecchio modello ormai fuori commercio. Era preriscaldata ad alcool, e per questo i bruciatori si sporcavano di rado. I nuovi modelli, preriscaldati a petrolio erano difficili da accendere e richiedevano piu' attenzioni di un neonato. Tutto considerato mi era andata bene. Ero stato fortunato anche con la barca, un Rustler 31 che avevo comprato di seconda mano a Barseback, per quanto incredibile possa sembrare. Era un'imbarcazione a chiglia lunga, di 31 piedi di lunghezza e 9 di larghezza. Era stata costruita dai cantieri navali Anstey Yachts in Inghilterra, e aveva tutte le caratteristiche di una barca a chiglia lunga ben costruita, o meglio, tutte tranne la velocita'. La sistemazione era quella tradizionale. Angolo cucina a sinistra, tavolo da carteggio a dritta. Poi c'erano due cuccette, un guardaraba, un bagno e la cabinetta di prua, la mia camera da letto. Contrariamente al solito, gli arredi erano in frassino e non in teak. Prima di trasferirmi a vivere a bordo, non avrei mai immaginato quanta importanza avesse la luce. D'estate il teak e' senz'altro un legno caldo e seducente, ma nei piovosi pomeriggi di novembre avevo imparato ad apprezzare le paratie dipinte di bianco e gli armadi di legno chiaro. 

(Bjorn Larsson, Il cerchio celtico)

sabato 7 ottobre 2017

Katrina


Di quand'è?, domandai affacciandomi sottocoperta. Il babbo si stava levando il giaccone e i guanti.
Che cosa?
La barca.
Lo scafo è di una ventina d'anni fa, ma buona parte del resto è stato cambiato o sistemato di recente. Abbiamo anche ridisegnato una delle cabine e molti dei legni.
Abbiamo?, ripetei seduto sulla scaletta di ingresso al quadrato, le mani ancora appese ai maniglioni esterni. Il babbo si bloccò e mi diede una rapida occhiata, poi andò verso il cucinotto.
Sì, gli ho dato una mano anch'io.
Annuii e buttai uno sguardo in giro. L'interno sembrava scolpito in un unico blocco di legno ambrato, i paglioli erano nuovi, o piallati e ridipinti da poco. Forse era l'aspetto, o addirittura il contrasto con le mie magre attese, ma mi pareva di sentire l'odore delle barche appena varate. L'angolo cucina era subito a destra della scaletta, con davanti un ripiano e un lungo scaffale di legno. Sulla sinistra c'erano il carteggio e il tavolo circondato dal grande divano a U. I cuscini erano ognuno di un colore diverso e davano a tutto l'interno una bella aria allegra.
Vieni, ti faccio vedere il resto.
Con un cenno della testa il babbo mi invitò a seguirlo e finii di scendere. Tra il ripiano e lo scaffale, a destra, era incastrata una sorta di bidone d'acciaio, con un tubo che saliva su fino al cielo del quadrato.
E' la stufa. Senza, se siamo fermi, moriresti dal freddo.
A gasolio?
Il babbo annuì.
E quando navighi?
Se il motore è acceso si manda il riscaldamento elettrico, sennò si sta al freddo.
Mi mostrò dunque il resto della barca. A poppa c'erano due grandi cabine matrimoniali, dove avremmo dormito noi. Subito oltre al quadrato partiva uno stretto corridoio con a sinistra una cabina con due letti a castello e a destra un'altro bagno. In fondo, la cabina di prua era stata riempita di scaffali e trasformata in cambusa.
Qui il riscaldamento non ci arriva, senti che bel frescolino.

(Pietro Grossi, Il passaggio)

domenica 1 ottobre 2017

Nuove sponde


...
Piu' veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare
...

(Franco Battiato, La cura)

venerdì 29 settembre 2017

Il veliero va...


Il veliero va
e ti porta via,
in alto mare e gia' sei meno mia.
Inevitabile oramai,
ma come faccio a immaginare che sarai
di un altro uomo!
Il veliero va
e mi porta via
spumeggiando va,
e' giusto e sia.
Ma mi domando come puo'
il mio destino fare in modo che saro'
di un'altra donna!
Il veliero va
tutti quanti su,
prua al mare va non torna piu'!
Lo smarrimento vince sempre lui,
mamma paura come sempre non lasci mai
i figli tuoi!

(Lucio Battisti, Il veliero)

mercoledì 27 settembre 2017

Avventurieri


Lo sloop ondeggiava paurosamente. La barca vibrava, fremeva, sembrava sudare, provava a tendere i muscoli per non urtare gli scogli, ma non trovava pace. Veniva sballottata e stirata in ogni direzione dal mare e dal vento. Le cime gemevano, cigolavano, si sfibravano. Si erano infilati in un fiordino stretto fra pietre aguzze ricoperte d'erica e licheni, su al nord, dalle parti di Kirkcudbright. A ogni colpo lo sloop sfiorava o grattava le rocce che lo proteggevano dalle ondate dirette e dagli occhi dei poliziotti che da alcuni giorni li stavano cercando. Quelle grotte, scavate dal mare lungo la costa di Solway, erano sempre state il rifugio di pirati e contrabbandieri scozzesi o di quelli come loro, gente che arrivava dall'isola di Man per caricare armi e bottiglie e portarle dall'Inghilterra agli amici irlandesi. 

(Marco Steiner, Il corvo di pietra)

lunedì 25 settembre 2017

Gli odori del mare


Ho ascoltato e annotato i modi in cui la gente che vive sulle rive del mare parla degli odori del mare, sia sul versante settentrionale che su quello meridionale. Questi odori non sono gli stessi in ogni punto e in ogni momento, all'alba o all'imbrunire, nelle profondità e in superficie. Sono diversi quando il mare è calmo e quando è agitato; quando evapora per la calura e il vento o quando lo bagnano le piogge e l'umidità; quando si stende sui ciotoli o va a frangersi sulle rocce; quando lo frustano la bora e la tramontana o lo fanno rotolare il levante e lo scirocco. Gli odori del mare si mescolano con quelli dei pini e delle loro resine, dei vari alberi, piante, erbe. Molti posti lungo la riva hanno un odore particolare che ricordiamo e sappiamo riconoscere: là dove le onde hanno strappato l'erba dal fondo per farla sbriciolare al sole; dove le alghe si sono seccate sulle pietre e le caverne; vicino al mare nel porto o sul molo, sul fondo della barca o della nave, nella sassola o nella stiva; sulle pozzanghere che restano dopo il passaggio delle ondate e della bufera, mescolato all'acqua piovana. Molti hanno l'impressione che l'interno della conchiglia o le squame dei pesci conservino qualcosa delle profondità marine, che abbia un odore speciale il mare dei campi delle saline, quello che corrode il palmo delle mani e irrita le narici, quello che proviene dalle reti che si asciugano sugli stenditoi e quello delle corde legate alle boe o alle ancore. Diversi sono gli odori quando ci avviciniamo alla riva rispetto a quando ci allontaniamo da essa. Ci sono condizioni e composizioni marine i cui odori e profumi non si possono generalizzare. In proposito riporterò solo un'annotazione: quando prende a soffiare il vento del deserto, la costa cessa di avere il profumo del mare. L'oceano Atlantico si difende dal vento del deserto con le onde. Il Mediterraneo in simili circostanze, si potrebbe dire, si arrende.

(Predrag Matvejevic, Breviario mediterraneo) 

sabato 23 settembre 2017

Pescatore


Getta le tue reti
buona pesca ci sara'
e canta le tue canzoni
che burrasca calmera'
pensa pensa al tuo bambino
al saluto che ti mando'
e tua moglie sveglia di buon mattino
con Dio di te parlo'
con Dio di te parlo'
Dimmi dimmi mio Signore
dimmi che tornera'
l'uomo mio difendi dal male
dai pericoli che trovera'
troppo giovan son io
ed il nero e' un triste colore
la mia pelle bianca e profumata
ha bisogno di carezze ancora
ha bisogno di carezze ora
Pesca forza tira pescatore
pesca e non ti fermare
poco pesce nella rete
lunghi giorni in mezzo al mare
mare che non ti ha mai dato tanto
mare che fa bestemmiare
quando la sua furia diventa grande
e la sua onda e' un gigante
la sua onda e' un gigante
Dimmi dimmi mio Signore
dimmi se tornera'
quell'uomo che sento meno mio
ed un altro mi sorride gia'
scaccialo dalla mia mente
non indurmi nel peccato
un brivido sento quando mi guarda
e una rosa egli mi ha dato
una rosa lui mi ha dato
Rosa rossa pegno d'amore
rosa rossa malaspina
nel silenzio della notte ora
la mia bocca gli e' vicina
no per Dio non farlo tornare
dillo tu al mare
troppo forte questa catena
io non la voglio spezzare
io non la voglio spezzare
Pesca forza tira pescatore
pesca non ti fermare
anche quando l'onda ti solleva forte
ti toglie dal tuo pensare
e ti spazza via come foglia al vento
che vien voglia di lasciarsi andare
giu' leggero nel suo abbraccio
ma e' cosi' cattiva poi la morte
Dimmi dimmi mio Signore
dimmi che tornera'
quell'uomo che sento l'uomo mio
quell'uomo che non sapra'
che non sapra' di me
di lui e delle sue promesse vane
di una rosa rossa qui tra le mie dita
di una storia nata gia' finita
di una storia nata gia' finita
Pesca forza tira pescatore
pesca non ti fermare
poco pesce nella rete
lunghi giorni in mezzo al mare
mare che non ti ha mai dato tanto
mare che fa bestemmiare
e si placa e tace senza resa
e ti aspetta per ricominciare
e ti aspetta per ricominciare

(Pierangelo Bertoli, Pescatore)

domenica 17 settembre 2017

Gouvia


Giorno di partenza. Salutiamo Habibti scattandole una fotografia e in taxi raggiungiamo l'aeroporto. Il volo per Atene parte alle 11.20. Alle 15.35 ci imbarchiamo per Istanbul dove dovremmo attendere alcune ore prima di prendere l'aereo diretto a Kabul. Le trascorro cominciando a scrivere il diario di bordo. Un'abitudine che mi consente di rivivere per una seconda volta il nostro viaggio e lasciarne traccia scritta. La rotta del 2017 di Habibti è terminata. Tutto si è svolto nel migliore dei modi. Fra poco piu' di un mese dovremmo navigare ancora per qualche settimana nelle isole ionie, in attesa che arrivi l'inverno.

(Giornale di bordo)

sabato 16 settembre 2017

Gouvia


Nella notte abbiamo lasciato oblò e osteriggi aperti ed essendoci una forte umidità è entrata in barca un po' d'acqua. Lesson learnt! Sbrighiamo le varie pratiche al Marina e con le Autorità portuali. Tutti molto gentili. I prezzi in bassa stagione sono accettabilissimi. Poi mettiamo in ordine la barca. Non potendo consegnare il doppione delle chiavi a nessuno lasciamo le nostre coordinate a Terry che restando qui per tutto il mese di ottobre darà lui un'occhiata ad Habibti. Ai primi di novembre, se tutto va bene, dovremmo infatti essere nuovamente qui. La sera ceniamo in uno dei ristoranti del porto optando per quello che più ha l'aria di una taverna greca. Buona scelta.  Prendiamo halloumi (formaggio) alla griglia, patate fritte, cozze saganaki (con feta) e cozze all'aglio. Il tutto accompagnato da una bottiglia di Moscofilero, un vino bianco del Peloponneso. La cifra del conto è ridicola. E' proprio il caso di dire: viva la Grecia!

(Giornale di bordo)

venerdì 15 settembre 2017

Othoni - Gouvia


Durante la notte si è ballato un poco. Il mare, all'apparenza era un olio, ma il fatto che non ci fosse un alito di vento faceva sì che la barca reagisse in modo esagerato al leggero moto ondoso che la colpiva al traverso. Rollio fastidioso. L'aria è umidissima perciò prima di partire lasciamo che il sole riscaldi un poco l'atmosfera. Sono le 8.15 quando aliamo l'ancora. Ci restano da percorrere le ultime 35 miglia per arrivare a Gouvia dove Habibti trascorrerà il prossimo inverno. Prima di lasciare Othoni vado a gettare uno sguardo al nuovo pontile che è stato costruito e che non è ancora riportato sul portolano. Ci stanno, comode e ormeggiate all'inglese, quattro o cinque barche. Il fondale è sui 4 metri. C'è anche la possibilità di ormeggiarsi di poppa su una gettata in cemento, ma il fondo è roccioso e l'ancora potrebbe facilmente restare impigliata. Lasciamo le isole di Erikoussa e Matraki rispettivamente sulla sinistra e a dritta. Poi attraversiamo lo stretto passaggio largo circa un miglio che separa Corfù dalla costa albanese. Mi colpisce il numero di cipressi disseminati sui pendii dell'isola che, grazie alla forte umidità, è verdissima. Aumenta anche il numero delle barche in mare, molte all'ancora nelle numerose e attraenti calette. Sono per lo più charter con equipaggi tedeschi, inglesi e russi. Gli stessi che incontriamo in massa una volta giunti in porto. Una volta percorso il canale indicato da boe rosse e verdi chiamo sul canale 69 il Marina e annuncio il nostro arrivo. Ci rispondono di attendere e dopo una decina di minuti si avvicina un gommone che ci accompagna al nostro posto. Ormeggiamo accanto ad un Oyster 46 e a un Pershing a motore. Qui facciamo conoscenza con Chris e Terry i nostri vicini inglesi. Poi scendiamo a terra per informarci sulla possibilità di alare la barca a fine novembre per fare carena e il tagliando motore. Gli uffici sono chiusi e rinviamo il tutto a domani.

(Giornale di bordo)

giovedì 14 settembre 2017

Santa Maria di Leuca - Othoni


Santa Maria di Leuca ci piace molto. Lungo la strada che costeggia il mare e a quella interna ad essa parallela si susseguono una serie di ville stile liberty e rococò. Alcune perfettamente conservate, con dei giardini pieni di fiori, altre un po' più fatiscenti anche se non di minor fascino. Facciamo colazione al Caffè Martinucci che, ci sembra di capire, essere qui una specie di istituzione. Su una delle porte leggo una bella citazione: "La vita è un viaggio e chi viaggia vive due volte". Mentre siamo seduti al tavolino si avvicina un anziano signore con un paio di occhiali svergoli sul naso e ci chiede: "Posso sedermi?". E' Giuseppe, simpatico ed ironico pensionato napoletano con il quale ci intratteniamo per un buon momento. Poi torniamo in barca. La meta oggi è Othoni, la prima isola greca che si trova sulla rotta verso Corfù, ad una cinquantina di miglia di distanza. Lasciamo Santa Maria di Leuca alle 9.45. Nel Canale d'Otranto soffia un leggero grecale, il mare è calmo e c'è il sole. Direi una giornata perfetta. La visibilità è eccezionale. All'orizzonte si vedono perfettamente i monti dell'Albania. Anche la sagoma di Othoni appare quasi subito. Di quest'isola me ne aveva parlato per la prima volta un collega greco conosciuto quando vivevo a Beirut. Era sull'orlo della pensione e mi disse che il suo sogno, una volta smesso di lavorare, era quello di aprire un bar-tabaccheria proprio qui. Chissà se lo avrà fatto? Questa volta non ci è stato possibile verificare, ma in novembre se ci torneremo scenderò a terra ad informarmi. In effetti la sera restiamo alla fonda gettando l'ancora non lontano dall'ingresso del vecchio porto. Accanto a noi una piccola barca a vela che assomiglia tanto a quella di Aziz il turco nel film Mediterraneo e un bellissimo sloop in legno battente bandiera americana. Per cena cucino degli spaghetti alla puttanesca poi, per dolce, le due piccole cassate siciliane comprate stamattina da Martinucci. Un degno modo per festeggiare il nostro arrivo in Grecia.

(Giornale di bordo)

mercoledì 13 settembre 2017

Crotone - Santa Maria di Leuca


La sveglia suona alle 4.30. I nostri amici di “ECCuMe” sono anch'essi già in movimento. E' ancora buio quando alle 5 lasciamo l'ormeggio. Appena sorge il sole apriamo la randa anche se avanziamo a motore. Il vento infatti è molto scarso. Lentamente la costa calabra si allontana. Santa Maria di Leuca, dove siamo diretti, dista 71 miglia. E' importante procedere almeno a 5 nodi di velocità se vogliamo arrivare a destinazione prima del buio. L'ultima volta che avevo attraversato il Golfo di Taranto era stato di notte. Era il periodo degli sbarchi dall'Albania e fummo fermati da una motovedetta della Guardia di Finanza. Alcuni giorni fa una barca a vela che trasportava degli immigranti clandestini si è schiantata sulla diga foranea del porto di Gallipoli e forse è per questo che ogni notte una motovedetta dei Carabinieri lascia il porto di Crotone per farvi rientro solo al mattino. La giornata scorre tranquilla. Nel pomeriggio il vento, sempre pochissimo, gira in poppa e noi per evitare il solito sbattimento della randa decidiamo di ammainarla. Intanto comincia a delinearsi all'orizzonte la bassa costa pugliese. Davanti all'ingresso del porto ci sono degli enormi gavitelli che segnalano la presenza di reti da pesca. In alcuni casi ce ne sono diversi legati insieme con delle cime ad una distanza di un paio di metri l'uno dall'altro. Mi chiedo se, arrivando di notte, essendo difficile individuarli, uno li urtasse cosa accadrebbe. Nel migliore dei casi una bella botta sullo scafo, ma, se si fosse sfortunati, anche il rischio di rimanere impigliati con la deriva. Il Marina è accogliente e con un prezzo abbordabile nel quale è compresa una bottiglia di rosso del Salento (che ci beviamo a cena) e una scatola di caffè.  Di scendere a terra questa sera non se ne parla. Siamo stanchi e quindi posticipiamo al mattino seguente la passeggiata in paese.

(Giornale di bordo)

martedì 12 settembre 2017

Le Castella


Stamattina, dando un'occhiata al mare oltre la diga foranea, mi sarebbe venuta voglia di partire. Decido tuttavia di mantenere il programma e di restare fermo ancora un giorno. Mi permetto di dare lo stesso consiglio a Francesco di "ECCuMe" che, probabilmente scottato dall'esperienza di un paio di giorni fa, decide anche lui di starsene in porto. Fatta colazione al solito bar, noleggiamo un'auto con la quale raggiungiamo Capo Colonna, l'antica Hera Licinia. Qui, ai tempi della Magna Grecia, quando la colonia di Crotone era nota per avere le donne più belle di tutto il Mediterraneo, sorgeva un tempio in stile dorico. Oggi resta una sola colonna, peraltro nemmeno raggiungibile in quanto tutta l'area archeologica è stata recintata dalla Sovrintendenza per i beni culturali. Di qui, passando prima per Marinella, dove tutte le vie riportano i nomi di dei e personaggi mitologici dell'antica Grecia, raggiungiamo Isola Capo Rizzuto e poi Le Castella. Il vecchio castello aragonese, nel quale Monicelli nel 1966 girò le ultime scene dell'Armata Brancaleone, è stato ottimamente restaurato ed oggi è visitabile per intero. Il paese si affaccia sul Golfo di Squillace dove oggi soffia un vento sui 40 nodi. Visitiamo anche il piccolo porto, ricavato all'interno di una vecchia cava. Il pescaggio all'ingresso è di 2 metri. Un po' al limite per Habibti. Peccato, perchè avrebbe potuto essere una buona alternativa a quello di Crotone dove con il libeccio forte la sosta è un po' scomoda. Terminiamo il nostro giro turistico spostandoci a Strongoli, nel cui comune si trova l'azienda vinicola Russo e Longo di cui avevamo assaggiato un ottimo Malvasia-Sauvignon da Laura l'altro giorno. Il luogo è bucolico. Ci riceve il nipote del fondatore dell'azienda che ci fa assaggiare alcuni dei vini che producono. Compriamo altre sei bottiglie che aggiungiamo alla cantina di Habibti. Ormai ne abbiamo talmente tante a bordo che è diventato difficile trovare il posto dove stivarle. La nostra lunga sosta a Crotone non può non terminare che con un'ultima luculliana cena alla Lega Navale. Oltre a bissare le già note sardelle e la calamarata, questa sera aggiungiamo della pasta alle cozze, un polipetto al guazzetto e una spigola al sale, oltre alle solite granite. Preparata la barca per una partenza prima dell'alba ce ne andiamo a dormire. Crotone, arrivederci, grazie per averci accolti così bene.

(Giornale di bordo)  

lunedì 11 settembre 2017

Crotone


Ieri sera, rientrando in barca, abbiamo trovato ormeggiato accanto ad Habibti un Dufour 41 Grande Large appartenente ad una scuola di vela di Antibes, "ECCuMe". Lo skipper, Francesco, è un gentile ragazzo di Alba, provincia di Cuneo, trasferitosi alcuni anni fa in Costa Azzurra per lavoro. Il resto dell'equipaggio è invece formato da francesi e spagnoli. All'apparenza non mi paiono particolarmente affiatati. Avevo già notato la barca al momento del nostro arrivo, sabato pomeriggio. Ieri mattina, molto presto, nonostante le previsioni dessero vento forte da sud, li avevo visti uscire in mare. Lì per lì avevo pensato che si dirigessero con il vento in poppa verso Taranto, invece, risalendo di bolina sono arrivati fino in prossimità di Roccella Ionica per scoprire, al momento di entrare in porto, che non vi erano le condizioni di sicurezza per poterlo fare. Hanno pertanto fatto dietro front arrivando a Crotone, completamente sfatti, con il buio. Poiché in mattinata è previsto un ulteriore aumento del vento, aggiungo un'altra cima fissando la prua di Habibti al pontile che ho di fianco. Saggia decisione in quanto verso le 9.30, nel giro di qualche minuto, si è scatenato l'inferno. L'anemometro dal segnare 20 nodi è passato a 30, 40, poi 50, fino a raggiungere i 58 nodi. La barca, che prende il vento al traverso, è fortemente inclinata su un fianco, la visibilità ridotta a meno di dieci metri, la pioggia scrosciate e il rumore del vento impressionante. Questa situazione si protrae per una decina di minuti durante i quali non nascondo di essere stato molto preoccupato. Sapevo che Habibti era ormeggiata a dovere, ma non ero altrettanto certo per quanto riguardava le barche che gli erano accanto. Ho temuto invece per il tendalino sui quali sono fissati i pannelli solari. Fortunatamente ha retto e in cuor mio ho ringraziato Stefano Gesi per la qualità del lavoro che ha fatto. Quando la forza del vento è scesa sui 30 nodi in porto sembrava di essere tornati in paradiso. Purtroppo alcune barche hanno avuto danni: scafi ammaccati e vele strappate. Anche il gazebo dello Yachting Club è stato divelto e spazzato via oltre la diga foranea. Tornata nuovamente la calma, Marco ed Elena sono partiti alla volta di Lamezia Terme dove molti voli erano stati cancellati o ritardati a causa del brutto tempo. Alle due di notte sono comunque riusciti a raggiungere Torino. Noi, invece, nel pomeriggio abbiamo fatto un giro a piedi in città. Breve riflessione: tanto gli abitanti di Crotone sono gentili e cordiali, quanto la loro città è mal tenuta e, in alcuni quartieri, degradata. In particolare il centro storico nel quale la situazione è veramente poco raccomandabile visti certi personaggi che vi circolano. Prima di andare a dormire do un'ultima occhiata alle previsioni. Domani, benché nell'area intorno a Crotone vento e mare siano relativamente calmi, tutto intorno la situazione resta fortemente perturbata. Pertanto la decisione è di prolungare la nostra sosta di un ulteriore giornata.

(Giornale di bordo)

domenica 10 settembre 2017

Parco Nazionale della Sila


Dopo aver fatto colazione in uno dei bar del porto, la fortuna vuole che pur essendo domenica troviamo casualmente aperta la locale agenzia della Europcar. Valeria, la simpatica impiegata, ci propone una formula che ci consente di noleggiare un’auto ad un prezzo accettabile. E' una Lancia Y10 che ha l'unico difetto di essere stata parcheggiata sotto un albero dove decine di volatili hanno espletato, generosamente, i loro bisogni. Con l'auto, una volta usciti da Crotone, imbocchiamo una strada secondaria che tra campi di ulivi, colline e pale eoliche, ci porta fino a Santa Severina, un borgo medioevale collocato su una caratteristica rocca, con un castello restaurato grazie ai fondi dell'Unione Europea. Molto bella la piazza in porfido. I vicoli sono perfettamente puliti e le case adornate di fiori e piante rampicanti. Una piccola perla. Sempre lungo strade secondarie ci inerpichiamo sui monti del Parco Nazionale della Sila. Gli ulivi lasciano il posto agli eucaliptus e poi, questi, ad una foresta di conifere. Dopo aver chiesto informazioni all'ente parco, cerchiamo a lungo una trattoria che tuttavia raggiungiamo proprio mentre la cucina sta chiudendo. Troviamo comunque poco lontano un'altro locale dove ci servono 'nduja, salumi e formaggi locali. Cerchiamo, inutilmente, di tenerci leggeri. La Calabria è un'altra piacevole scoperta del nostro viaggio. Rientriamo a Crotone passando da San Giovanni in Fiore. Facciamo un po' di spesa alla Coop e ci presentiamo alla Lega Navale per cena. L'accoglienza di Laura e famiglia è principesca. Troviamo un tavolo apparecchiato in una saletta al primo piano tutta per noi. Il menù merita di essere citato: sardelle con caciotta affumicata e pecorino al peperoncino, calamarata, cannolicchi alle vongole, triglie su un letto di cipolle caramellate e pesto e, per finire, granite al limone e alla fragola. Ancora grazie a Laura, Francesco e Domenico per la splendida accoglienza e anche a Roberto per averci fornito l'ennesimo buon consiglio.

(Giornale di bordo)

sabato 9 settembre 2017

Roccella Ionica - Crotone


Mi sveglio presto. Durante la notte il vento è un po' calato. Verso le 5 sento la barca a vela ormeggiata accanto ad Habibti accendere il motore e partire. Poi qualche peschereccio prendere anch'esso il mare. Tanto vale partire anche noi. Sveglio l'equipaggio e lasciamo il porto verso le 6. Faremo colazione in navigazione. Il vento è praticamente assente pertanto proseguiamo lungo la costa a motore fino ad entrare nel Golfo di Squillace, accolti da due branchi di delfini. Il Golfo non smentisce la sua tradizione di luogo solitamente ventoso. Alle 15, infatti, ci sono 25 nodi. Il vento ci accompagna fino a Crotone. Qui avevo prenotato un posto alla Lega Navale che, giunti fuori dal porto, chiamo sul canale 6. Nessuna risposta. Dopo altri inutili tentativi, chiamo al cellulare. Staccato. Ci riprovo per un'altra decina di minuti e poi, continuando a non ricevere risposta, contatto lo Yachting Kroton Club. Qui ci ormeggiamo accanto ad un catamarano in un posto abbastanza ridossato dal vento di sud-est che entra diretto in porto dalla sua imboccatura. Nei prossimi giorni è previsto vento forte, quindi, oltre a due trappe, raddoppio le cime d'ormeggio a poppa. Alle 20.30 mi chiamano dalla Lega Navale scusandosi per non aver risposto alle nostre chiamate. Hanno avuto un problema alle linee telefoniche e la radio non l'hanno sentita a causa di un evento che stavano ospitando nei loro locali. Ceniamo in barca, poi facciamo una passeggiata in paese. E' in corso il Festival: "Arenaria: granelli di cultura popolare" e assistiamo ad un concerto di un gruppo di giovani e bravi musicisti calabresi. La gente si diverte e balla. Ci affacciamo anche alla Lega Navale dove l'amico Roberto Soldatini ci ha consigliato di cenare. Conosciamo Laura, il marito Francesco e il figlio Domenico e prenotiamo per domani sera. Le 65 miglia fatte oggi cominciano a farsi sentire e così decidiamo di andarcene a dormire.

(Giornale di bordo)

venerdì 8 settembre 2017

Messina - Roccella Ionica


Lasciamo Messina alle 6.30. Il programma è di raggiungere Crotone. Il vento, una volta superato Capo dell'Armi dovrebbe esserci favorevole. Scendiamo lo stretto a motore. La corrente ci è sempre contraria, ma meno forte di ieri. Il cielo è sereno e il mare calmo. Lasciamo Reggio Calabria al traverso e alle 9.30 superiamo il capo. Risaliamo per un poco di bolina con un vento sugli 8 nodi. Poi, a partire dalle 11, lo prendiamo al gran lasco ed infine in poppa piena. C'è un po' d'onda e la randa diventa instabile. Accendiamo il motore, ma con la randa al centro la balumina continua a sbattere contro il paterazzo. Per evitare di rovinare la vela la riduco prendendo una mano di terzaroli. Lo stesso ha fatto un'altra barca a vela che procede anch'essa a motore e che ci supera all'altezza di Brancaleone Marina. La costa calabra risulta meno squallida di come me la ricordavo, anzi, a tratti e’ anche piacevole. Nel pomeriggio il vento aumenta fino a 25 nodi. Con lui le onde. Poi comincia a piovere, pertanto riconsidero il programma originario. Di attraversare di notte e sotto la pioggia il Golfo di Squillace per arrivare verso le 4 del mattino a Crotone senza conoscere il porto non è il massimo. D'altra parte, anche l'ingresso con questa onda a Roccella Ionica non è entusiasmante, considerati i bassi fondali che ricordo esserci all'ingresso di quel marina. Chiamo la Capitaneria di Roccella e mi dicono che recentemente l'ingresso è stato dragato e che il fondale minimo è di 4 metri. Habibti ne pesca 2. Valuto i pro e i contro delle due opzioni e alla fine decido per Roccella. Entro in porto facendo grande attenzione e con un pochino d'ansia. Lo strumento che segna la profondità ad un certo punto mi indica 3,1 metri, ma ormai sono protetto dalla diga foranea. Ci ormeggiamo ad un finger, sotto la pioggia battente, con l'aiuto di due ormeggiatori molto gentili. Trovo il porto molto migliorato rispetto al mio ultimo passaggio, nel 2002. Allora c'erano solo i pontili in cemento. Né acqua né elettricità. C'era già, invece, la pizzeria. Poiché fuori continua a diluviare, preferiamo comunque cenare in barca. Le miglia percorse oggi sono state 71.

(Giornale di bordo)

giovedì 7 settembre 2017

Milazzo - Messina


Dopo una bella dormita ripartiamo alla volta di Messina. Risaliamo di bolina cercando di sfruttare al meglio ogni refolo di vento. Poco prima di Capo Peloro chiudiamo il genoa ed entriamo nello Stretto. Abbiamo una corrente contraria di circa 2 nodi e mezzo. Nella parte più stretta del passaggio i mulinelli sono evidenti e fanno sì che la superficie dell'acqua paia in alcuni punti in ebollizione. Man mano che scendiamo verso Messina, tenendoci sul lato della costa siciliana, gli effetti provocati dalla corrente si fanno meno evidenti. Ci segue a breve distanza un'altra barca a vela che, come noi, procede a motore. Prima di avvicinarmi all'ingresso del porto, solitamente trafficato da un andirivieni di traghetti, decido di chiudere la randa. Nel mentre effettuiamo la manovra e prepariamo cime e parabordi, la barca di cui sopra si avvicina e, dopo che ci siamo rimessi in rotta, ci supera tagliandoci letteralmente la strada a pochi metri dalla prua. Non è una gran manovra, ma poco male. Riduco la velocità e lascio la barca allontanarsi un poco. In quel momento però mi accorgo che l'allegro gruppetto di tedeschi che è a bordo sta anche pescando alla traina e che Habibti rischia di prendere in pieno la lenza che stanno trascinando. Metto subito il motore in folle e parte il vaff.....o! Meritatissimo. Poi, dato che le lenze che si ingarbugliano intorno all'elica sono tra le principali cause della rottura del para olio, prima di ingranare nuovamente la marcia mi metto la maschera e do una controllata. Forse sarò un po' eccessivo ma, sapete com'è, Murphy è sempre in agguato. Alle 18.15, dopo 26 miglia percorse, ormeggiamo al Marina di Nettuno, vicino al centro di Messina e, mentre l'equipaggio va a farsi un giro in città, completo la registrazione in porto e prenoto un tavolo al vicino ristorante. Scopriremo successivamente che si mangia molto bene e ad un prezzo decisamente corretto. Merita senza dubbio una sosta. Complimenti allo chef Pasquale Caliri e allo staff per la simpatia e le cortesia.

(Giornale di bordo)    

mercoledì 6 settembre 2017

Vulcano - Milazzo


Mentre Marco ed Elena vanno a fare i fanghi nelle pozze di zolfo e poi un bagno alle terme naturali, ne approfitto per andare a vedere con Luca il suo "Baldin". Un motorsailer decisamente robusto e che si porta ottimamente i suoi quasi trent'anni di vita. Mentre attendiamo i nostri amici, ormeggia accanto a noi, in modo piuttosto maldestro, un Sun Odissey. Si avvicina alla banchina senza aver messo i parabordi, con le cime d'ormeggio ancora nel gavone e il tender legato a poppa. Detto tutto! Lasciamo Vulcano verso le 11. Apriamo il gennaker e a debita distanza di sicurezza costeggiamo la parte settentrionale dell'isola. Vedendola dal mare ci pare ancora più bella. Verso Capo Gelso si vedono dei vigneti rigogliosi e fra questi un paio di case da sogno. Siamo diretti a Milazzo e dopo qualche ora di lenta navigazione, durante la quale Marco ha commentato che la Mehari in salita andava molto più veloce di noi in quel momento, superiamo l'omonimo capo. Individuiamo una caletta deserta dove gettiamo l'ancora per fare un bagno. Il posto, segnato sulla carta come "Cala dei Liparotti", è talmente gradevole che decidiamo di trascorrervi la notte. Poco dopo il nostro arrivo, per non smentire la nota legge della barca alla fonda descritta in modo magistrale da Arturo Perez-Reverte nel suo "Anche le barche si perdono a terra", di cui consiglio vivamente la lettura, si fermano accanto a noi, vicine vicine, alcune barche a vela che, al tramonto, si dirigono verso il porto, tranne una che però è ormeggiata più lontano. La rada è ben protetta dal leggero maestrale, alle nostre spalle un antico monastero, tutto intorno silenzio e noi trascorriamo una serata alla fonda in tutta tranquillità.

(Giornale di bordo)

martedì 5 settembre 2017

Lipari - Vulcano


Fatta colazione con la ormai abituale granita al limone, noleggiamo una Citroën Mehari color fucsia per fare un giro dell'isola. Canneto, Punta Castagna, Acquacalda, dove riusciamo ad evitare per un soffio di restare bloccati a causa di una gara podistica, Chiesa Nuova, Chiesa Vecchia, vero e proprio belvedere sull'arcipelago, San Calogero, con le sue pozze di acqua calda e le terme. Nel raggiungere quest'ultima località sbagliamo strada e ci troviamo in una strettoia sempre più ripida. Per uscirne facciamo inversione di marcia in un piccolo slargo ma, tra il cambio ad ombrello, il freno a mano inutilizzabile e i freni piuttosto approssimativi, "appoggiamo leggermente" l'avantreno dell'auto contro un muro. Fortunatamente senza fare troppi danni se non "alleggerire" la targa anteriore in un angolo. Ma il meglio di sé la Mehari lo offre superando con la prima inserita e al massimo dei giri motore la ripidissima salita che conduce all'Osservatorio. Un chilometro durante il quale ho temuto che i pistoni saltassero fuori dal cofano tipo missile. Analogo brivido in discesa, questa volta però pregando che i freni non ci mollassero. A mezzogiorno restituita l'auto e tornati in barca partiamo per Vulcano. Dopo poco più di 3 miglia percorse a motore, ormeggiamo al pontile di levante. A passarci la trappa c'è Luca che è il fiero armatore dell'Hallberg Rassy 94 Kutter che si vede sull'opposto pontile. Il suo nome è "Baladin" e ci dice di averlo acquistato qualche anno fa, dopo avergli fatto a lungo la posta su internet. Anche a Vulcano noleggiamo un'auto. Questa volta è una Mini Moke color giallo canarino. Il motore, rispetto alla Mehari, è una bomba. L'unico difetto è che in discesa saltano le marce! Cosa che scopriamo scendendo lungo i ripidi tornanti che conducono a Capo Gelso. L'isola ci piace molto, soprattutto per la varietà dei suoi colori e dei paesaggi. Scopriamo anche che durante gli anni '70 era molto in voga tanto che era frequentata da numerosi personaggi famosi che li' avevano casa. Poi il "jet set" decise di trasferirsi a Panarea, che oggi è l'isola più gettonata soprattutto da romani e milanesi.  I gestori del pontile ci dicono che l'amministrazione locale si sta impegnando nel tentativo di rilanciarla, anche se, per i miei gusti, Vulcano conserva il suo fascino così com'è.

(Giornale di bordo)

lunedì 4 settembre 2017

Salina - Lipari


Le 7 miglia che separano Salina da Lipari le abbiamo percorse a motore. Dopo il vento forte di ieri oggi è tornata la calma. Fin troppa calma. Sembra che queste Eolie non conoscano una via di mezzo. Raggiunta Lipari diamo fondo in una piccola baia antistante una cava abbandonata di pomice. Ci sono diverse barche alla fonda tra le quali una a motore con "bandiera maltese" ed "equipaggio burino". Sorvolo per carità di patria sull'atteggiamento ed il linguaggio non proprio "oxfordiano" del gruppo. Preferiamo concentrare la nostra attenzione sulla bellezza del luogo. Dopo aver riparato con ago e filo una piccola "defaillance" della randa, ci tuffiamo in mare e poi pranziamo. Nel pomeriggio, raggiunto il paese di Lipari, ormeggiamo Habibti allo Yacht Harbour dove ci accoglie del personale molto gentile. Dato il continuo andirivieni di traghetti e aliscafi, memore dell'episodio di Salina, tengo la poppa di Habibti a debita distanza dal pontile. Accanto a noi un enorme Allubat, "Rossa!", con la scritta Emergency sul copriranda. L'armatore è un sostenitore dell'organizzazione non governativa con il quale condividiamo alcune conoscenze comuni. La vita, a Lipari, sembra iniziare alle otto di sera. La via principale è pedonale e piena di negozi nei quali curiosiamo nonché di ristoranti e locali. Molti gli stranieri, ma anche il caratteristico "struscio". Ceniamo in una pizzeria con i tavoli posti sul selciato della strada, tra la gente. Una bella sensazione, che ben riflette lo spirito di convivialità che in genere caratterizza il nostro meridione. E' una Lipari, quella che scopriamo, che non ha nulla a che vedere con quella decisamente schizofrenica rappresentata da Nanni Moretti in uno degli episodi di "Caro Diario". Anche di quest'isola porteremo con noi il ricordo della gentilezza dei suoi abitanti. Beh! Di tutti tranne di quella del "bambino-buldozer" che con il suo trattore elettrico, sotto lo sguardo compiaciuto dei genitori, investiva gran parte dei passanti che camminavano tranquillamente sul marciapiede.

(Giornale di bordo) 

domenica 3 settembre 2017

Salina


La prima cosa fatta questa mattina è stato andare dal benzinaio e far gonfiare i due parabordi a forma di pallone che ho comprato recentemente e non ancora in uso. L'episodio di ieri pomeriggio mi ha infine spinto ad utilizzarli, anche se un po' ingombranti. Una volta sistemati a poppa, noleggiamo due motorini per la giornata. I mezzi risentono dell'uso prolungato negli anni: luci che funzionano parzialmente, specchietti retrovisori a pezzi, marmitte rumorose e che lasciano una scia fumosa e puzzolente. Ma il motore è buono, anzi, a mio avviso, trattandosi di un cinquantino è anche un po' "taroccato". La prima sosta la facciamo a Capo Faro, poi Malfa, un bel paesino che si trova sulla costa settentrionale dell'isola. D'obbligo, vista l'ora, la prima granita della giornata seduti all'ombra di due pini marittimi sulla terrazza di un bar dal nome decisamente poco autoctono: “Irish Café”. Granita spettacolare tanto che ne prendiamo più di una provando alcuni dei diversi gusti disponibili. Impossibile trovarsi a Salina e non andare a visitare, a Pollara, i luoghi nei quali sono state girate alcune delle scene del "Postino", con Massimo Troisi. Suggestiva la calata a mare dove nel film si trova la casa del padre pescatore del protagonista. La casa (in realtà più un deposito di reti da pesca) era chiusa, ma siamo comunque riusciti a immortalare la finestra dalla quale "Mario Ruoppolo" cercava l'ispirazione poetica guardando la luna che si specchiava sul mare. Il maestrale che oggi soffia forte e che provoca una forte mareggiata rende il posto ancor più suggestivo. E' invece scomparsa, erosa dal mare, la spiaggia sotto l'alta scogliera bianca sulla quale Mario registrava i suoni dell'isola da inviare all'amico Noiret-Neruda dopo che questi aveva fatto ritorno in patria. Anche la casa del "poeta" non è visitabile essendo proprietà privata. E così, dopo la nostra sosta a Corricella in quel di Procida, è terminato il nostro "pellegrinaggio" in omaggio ad un grande attore e al romanzo di Antonio Skarmeta da cui il film ha tratto ispirazione. Da Pollara, sempre sui nostri rombanti mezzi, ci spostiamo a Rinella, sul versante meridionale di Salina. Un paesino che conserva ancora le caratteristiche del villaggio di pescatori. Poi è la volta di Lingua dove visitiamo l'azienda vinicola Hauner con relativa, e un po' deludente, degustazione. Un unico e del tutto personale commento: la passione che deve sicuramente aver ispirato il fondatore dell'azienda si è purtroppo persa nell'ultima, un po' presuntuosa, generazione. Fortunatamente a rimanere invariata è la qualità del vino. Ne compriamo qualche bottiglia per arricchire ulteriormente la ormai variegata cantina di bordo. La serata termina "da Alfredo". Nonostante ci avessero messo in guardia, non resistiamo a non assaggiare il suo pane cunzato che, come ci avevano detto, è veramente "'na mappazza". Mentre ceniamo assistiamo all'omaggio che la locale amministrazione comunale dedica ad alcuni emigrati eoliani trasferitisi all'inizio del secolo scorso negli Stati Uniti ed in Australia. Tralasciando i toni sempre un po' patetici di questo tipo di manifestazioni, non si può non pensare con una certa ammirazione a chi, a causa della miseria, ha abbandonato il blu di questo mare e il calore di questo sole per andare a guadagnarsi un pezzo di pane in paesi, certo con maggiori opportunità, ma dai "colori" molto più tristi. Tristi, proprio come il suono delle reti da pesca del padre di Mario, il Postino che la sua isola, invece, non la abbandonò mai.

(Giornale di bordo) 

sabato 2 settembre 2017

Panarea - Salina


Oggi ci trasferiamo a Salina. Nelle prossime ore e' previsto l'arrivo di una perturbazione, quindi ci fermeremo in porto in attesa che questa passi. Le miglia da Panarea sono circa 11. Non c'è molto vento, ma avendo tempo a disposizione procediamo a vela. Con Marco ed Elena l'intesa è perfetta, frutto di tanti anni di amicizia fraterna. Marco è uno dei miei più cari amici d'infanzia, con il quale ho condiviso mille avventure. E' stato anche mio testimone di nozze ed io sono il padrino di Andrea, suo primogenito che, manco a farlo apposta, ha lo stesso nome di Andreina, la mia figlia maggiore. Con Elena quest'anno festeggiano i 23 anni di matrimonio. Una coppia affiatata, positiva, ironica, con i piedi ben piantati per terra. Impossibile non stare bene con loro. Giunti a Salina, prima di entrare in porto getto l'ancora poco lontano dal suo ingresso. Fa caldo e un bagno in mare è assolutamente indispensabile. Alle 16 ormeggiamo. Accanto a noi c'è un motorsailer battente bandiera inglese. Il suo capitano è uno psichiatra in pensione. Un economista, una giudice e una terza persona dalla professione "indecifrabile" compongono il resto dell'equipaggio. Tutti molto "british". L'abitato di Santa Marina di Salina è molto gradevole. La via principale è stata trasformata in isola pedonale. In un negozio attrezzatissimo finalmente mi decido a comprare un coltello da subacqueo da tenere a bordo. Il negozio è di proprietà di due simpatici anziani signori. Ci dicono che tra un paio di settimane terminerà la stagione turistica e che sull'isola piombera' il coprifuoco. Entrambi non mi paiono entusiasti dei due ristoranti che alcuni amici mi avevano segnalato e nei quali intendevamo cenare durante il nostro soggiorno. In modo molto garbato ci dicono che "Capo Faro" è, a loro avviso, un po' troppo pretenzioso, mentre il pane cunzato che si mangia "da Alfredo" a Lingua "sarà famoso ma è 'na mappazza". Ci consigliano invece "Porto Bello", suggerendoci di assaggiare la pasta al fuoco, fatta in casa e con un sugo a base di peperoncino, capperi, pomodorini, basilico e ricotta infornata. Prendiamo nota e continuiamo la nostra passeggiata. Attira la nostra attenzione un cartello con la scritta "vietato fotografare" posto su una porta di una stanza a livello della strada dove vendono vino Malvasia. Il proprietario è un arzillo vecchietto di 93 anni dall'impegnativo nome di Re Umberto. Scopriremo più tardi che il cognome Re qui è molto diffuso. Sulle prime infatti pensiamo che l'anziano signore sia un po' fuori di testa o, nella migliore delle ipotesi, che ci stia prendendo per i fondelli. Poi gli chiediamo il motivo di quello strano cartello. La spiegazione parte da lontano, infatti comincia a dirci che durante la seconda guerra mondiale ha prestato servizio in marina, che negli anni '50 la maggior parte della sua famiglia è emigrata in Australia, che ha molti nipoti che aspettano impazientemente che muoia per beneficiare dell'eredità, ma che lui non gli darà nulla, tranne ad una nipote femmina che è l'unica a prendersi veramente cura di lui. Quanto infine al cartello ci dice semplicemente che quella è casa sua e che, giustamente, non capisce il perchè la gente debba fotografarla. Non osiamo fargli osservare che forse è proprio a causa di quel bizzarro cartello che i turisti si fermano a scattare fotografie. Mentre si sta parlando, una distinta signora con "r" moscia e accento del nord d'Italia gli chiede se è lui che vende capperi. Lui la guarda, riflette un poco e poi gli risponde: "No. Non sono io che vendo capperi ma quel signore che abita un po' piu' avanti nella via". Ed aggiunge: "Però i capperi non li coltiva lui, prende quelli che crescono sul bordo della strada, dove i cani ci pisciano sopra!". Che tipo, Umberto Re. Sulla via del ritorno verso la barca siamo affascinati dal colore trasparente dell'acqua sul lungomare. Impossibile non fare un altro bagno. Poi ci fermiamo per una granita, quando improvvisamente cominciano ad arrivare delle violentissime raffiche. Tutto accade in un attimo, tanto che lo stesso aliscafo che stava attraccando viene sbattuto violentemente contro la banchina riportando parecchi danni sulla fiancata. Mi precipito in porto e arrivo giusto in tempo per evitare che la poppa di Habibti finisca contro il pontile galleggiante. Purtroppo gli inglesi, che non sono a bordo, non hanno cazzato sufficientemente la loro trappa e tutto il peso della loro barca si abbatte sulla nostra che a sua volta viene spinta contro il pontile. Purtroppo nel porto di Salina, oltre a pagare l'esorbitante prezzo di 100 euro a notte con acqua e luce non incluse per un 11 metri e mezzo, c'è per ogni barca una sola trappa. E questo è il risultato. Fortunatamente, mentre mantengo la marcia in avanti con il motore su di giri per evitare di fare danni allo scafo a poppa, gli ormeggiatori con l'aiuto di un gommone riescono a raddrizzare la barca degli inglesi. Scampato pericolo. Più tardi usciamo a cena al ristorante. Chi troviamo, un po' alticci, seduti al tavolo accanto al nostro? L'allegra combriccola britannica, totalmente ignara di quanto accaduto. Sarei tentato di mandarli a spandere, poi, diplomaticamente, mi taccio.

(Giornale di bordo)

venerdì 1 settembre 2017

Stromboli - Panarea


Verso mezzogiorno lasciamo Stromboli. Anche oggi poco vento. A motore superiamo Strombolicchio e costeggiamo tutto il lato occidentale dell'isola lungo il versante ripido ed inaccessibile dove si snoda la "sciara del fuoco". Alle 12.25 lasciamo sulla nostra sinistra Ginostra, poche case isolate che sono rimaste tali da anni. Bella e solitaria. La traversata da Stromboli a Panarea è breve, solo 10 miglia. Ormeggiamo Habibti ad un gavitello del campo boe gestito dal simpatico e disponibile Enzino. Anche qui, sceso a terra, mi appresto ad un "revival". A Panarea, sempre nei primi anni '80, ci avevo trascorso un'intero mese d'agosto con un gruppo di amici. Eravamo tutti poco più che ventenni. Ci eravamo portati al seguito un gommone con relativo fuoribordo da 25 cavalli, trasportando il tutto a forza di braccia. Si era affittata una casa, quella di "Marianna la pazza", non ricordo più attraverso quali canali. Nella cucina, oltre ai fornelli, c'erano solo un tavolo ed alcune sedie che all'occorrenza portavamo fuori sul terrazzo. Nelle camere solo i letti senza armadi e comodini. C'era anche un piccolo giardino con una pianta di fichi. Durante i primi 15 giorni di permanenza tutte le sere si andava a cena da "Paolino", una trattoria poco distante che preparava degli spaghetti alla puttanesca spettacolari. Per i restanti 15 giorni, avendo pressoché terminato i soldi, ricordo solo una dieta forzata a base di uova al tegamino e pasta aglio, olio e peperoncino. Per la frutta ci venne in aiuto la pianta di fichi del giardino. Fu una vacanza memorabile. La Panarea che ho ritrovato e' un'altra isola. Inevitabile dopo oltre trent'anni. Intanto le case sono ormai tutte restaurate, in modo fin troppo perfetto. Le Ape Piaggio con i loro puzzolenti motori a due tempi sono state per lo più sostituite (e certo e' un bene) da moderne auto elettriche che tuttavia rischiano di investirti dietro ad ogni angolo. Il mitico "Cincotta" dove era obbligatoria una sosta quotidiana per prendere la granita al limone o al caffè accompagnata da una "brioche" si è trasformato in un "sushi bar" con "lounge music" e prezzi astronomici. La casa di Marianna è stata anch'essa restaurata, molto bene per la verità. Fortunatamente il vecchio fico è sempre al suo posto. Non c'è più invece il meccanico Bruno, quello da cui compravamo la benzina per il fuoribordo. La sorella mi ha detto che ci ha lasciato nel 1993. Non poteva mancare la cena da "Paolino", invecchiato anche lui ma sempre ospitale. Purtroppo gli spaghetti alla puttanesca non li fa più. Li ha sostituiti con ricette "più aggiornate", come ci dice. La cucina è sempre buona, ma la disorganizzazione regna sovrana. "Non potete immaginare", ci dice un dipendente che si alterna tra fare il cuoco e il cameriere. Abbiamo comunque trascorso una serata piacevole, in più con teatrino gratis. Il colmo è giunto al momento del conto dal quale risultavano due coperti e tre primi..... solo che noi eravamo in quattro! Che dire? Con un po' di nostalgia ho salutato per sempre la Panarea della mia gioventù.

(Giornale di bordo)

giovedì 31 agosto 2017

Stromboli


Mentre ci apprestiamo a fare colazione si avvicina un gommone che ci informa che dobbiamo spostarci immediatamente. Sta arrivando la nave cisterna che rifornisce l'isola d'acqua e che deve ormeggiare proprio al molo che abbiamo di fronte. Mentre aliamo l'ancora mi informo telefonicamente su come individuare il gavitello sul quale ormeggiare. Lo troviamo facilmente. Verso le 11 raggiungiamo terra a nuoto, questa volta tutti quanti. Marco, per sicurezza, aggrappato ad un parabordo, io con una sacca stagna al seguito, Elena trascinando il sacco della spazzatura. Usciamo dall'acqua tipo Armata Brancaleone sotto gli occhi dei pochi bagnanti. L'arenile è piuttosto squallido: barche dismesse, bottiglie di plastica abbandonate e cartacce un po' ovunque. A piedi percorriamo le strette strade del paese in direzione della chiesa. D'obbligo il passaggio di fronte alla casa che ospitò, nel 1949, Roberto Rosellini ed Ingrid Bergman durante le riprese del film "Stromboli". Fu qui che cominciò la loro relazione. Una storia che contribuì a rendere l'isola famosa e che ancora oggi, insieme alla presenza del vulcano, costituisce una delle principali attrattive per i turisti. Dalla piazza di fronte alla chiesa si gode una bella veduta. Qui scambiamo qualche parola con il conducente di un'ape-taxi al quale chiediamo qualche notizia sull'isola. La sera precedente un ragazzo del posto ci aveva detto che una volta terminata l'estate la gente entra in letargo. L'unico diversivo per i pochi giovani che risiedono permanentemente a Stromboli è recarsi con il traghetto a Milazzo il sabato sera per andare in discoteca. Vita dura quella che, al di là della apparenze, ti offre quest'isola, almeno per chi ci vive tutto l'anno. Dai discorsi e dell'atteggiamento dei suoi abitanti si percepisce tutto il suo isolamento. Quel l'isolamento che, visto da un'altra prospettiva, ne determina però anche il suo fascino. Raggiungiamo nuovamente la barca a nuoto lottando contro una forte corrente che ci mette a dura prova. Nonostante ciò non desistiamo dall'idea di salire a piedi in cima al vulcano in serata. E così che alle 17.30, dopo aver pagato 28 euro a persona, ci troviamo intruppati in una delle diverse comitive dirette sulla vetta. In testa al gruppo una guida.... friulana! Ben lontani i tempi nei quali sul vulcano ci si poteva salire liberamente. Così avevo fatto nell'estate dell'84. Quella volta, in cima, eravamo al massimo una decina di persone. Noi addirittura ci dormimmo, godendoci lo spettacolo dell'eruzione fino a tarda notte. Oggi invece in alcuni giorni ci salgono fino a 500 persone. In cima ci si può restare al massimo una trentina di minuti per poi ridiscendere, incolonnati, lungo un sentiero avvolti da un polverone infernale. L'unica cosa bella rimasta è lo spettacolo davvero impressionante dell'attività del vulcano. In definitiva, tra salita e discesa impieghiamo circa 5 ore tanto che rientriamo in barca, impolverati come minatori, alle 23.30.

(Giornale di bordo)

mercoledì 30 agosto 2017

Vibo Marina - Stromboli


Pagato il Marina e fatto il pieno di gasolio eccoci nuovamente in mare. Direzione: isole Eolie. Prima tappa: Stromboli. Il vento non ci è favorevole e considerato che le miglia da percorrere sono 42 decidiamo di procedere a motore. C'è il sole, fa caldo e il mare è un olio. Lasciamo al traverso Tropea alle 13.25. Per mare non c'è nessuno. Man mano che ci avviciniamo Stromboli comincia a prendere forma. Se chiedessero ad un bambino di disegnare un vulcano sono certo che lo riprodurrebbe come l'immagine che abbiamo davanti agli occhi: un cono perfetto, con una nuvoletta di fumo che esce dalla sua sommità. Gettiamo l'ancora davanti alla spiaggia di sabbia nera di Fico Grande. Ci sono un paio di altre barche a vela alla fonda. A nuoto, con Elena,  raggiungiamo la riva. Chiedo informazioni su un presunto campo boe che non riesco a capire se esista o meno. Al telefono le persone contattate mi avevano dato risposta negativa, ma da una persona del posto ricevo un nome e un numero telefonico. Chiamo e mi si dice che alcune boe "illegali" ci sono. Domani mattina ci trasferiremo  su una di esse in modo da poter lasciare la barca tranquilli mentre saliremo su "Iddu", il nome che qui danno al vulcano. Mi chiedo il motivo per il quale chi di competenza non consenta a Stromboli l'installazione di un campo boe così come esiste in altre isole limitrofe. Misteri all'italiana sui quali non ho voglia di indagare. La sera la trascorriamo a bordo addormentandoci subito dopo cena. Nemmeno la musica proveniente da un bar sulla spiaggia riesce a disturbare il nostro sonno.

(Giornale di bordo)

martedì 29 agosto 2017

Vibo Marina


Dopo una sosta per una notte ad Istanbul e una giornata trascorsa in montagna, l'idea di ritrovarci su Habibti e riprendere il mare fa sì che la sveglia messa alle 4 del mattino non sia un vero problema. Percorriamo i 100 chilometri che separano Cesana dall'aeroporto di Torino con la Panda noleggiata e alle 6 ci incontriamo, come convenuto, con Marco ed Elena che trascorreranno con noi una decina di giorni. La corsa contro il tempo per recuperare la valigia all'aeroporto di Fiumicino per imbarcarla su quello diretto a Lamezia Terme ci ricorda quella analoga effettuata a luglio per non perdere i voli per Istanbul e Kabul. A Lamezia atterriamo puntuali alle 12.30. Prendiamo un taxi e raggiungiamo Vibo Marina dove ritroviamo Habibti perfettamente ormeggiata e pulita. Ugo, a cui avevo chiesto di lavarla prima del nostro arrivo, ha fatto un ottimo lavoro. Tranne che, una volta entrato in barca, mi accorgo che uno dei divani ha un ampio alone di colore marrone. Non so se l'oblo' non fosse stato chiuso bene, ma sta di fatto che è filtrata dell'acqua, il legno ha stinto e il tessuto del divano beige è tutto sporco. Un vero peccato anche perché i divani sono solo parzialmente sfoderabili. A Vibo la "siesta" finisce alle cinque del pomeriggio ed è a partire da quest'ora che cerco di risolvere il problema. Una tintoria mi da un responso poco incoraggiante. Decido quindi di utilizzare una schiuma a base di ammoniaca. Il risultato si rivela soddisfacente. Il resto del pomeriggio è trascorso a fare cambusa e preparare Habibti per la navigazione dei prossimi giorni. Ceniamo da "Sapori di mare", un ristorante un po' decentrato e frequentato da gente del posto con una cucina familiare più che apprezzabile. Dopo cena ci trasciniamo con fatica fino alla barca percorrendo il lungomare di Vibo, con un'ultima sosta gelato che ha completato degnamente la lunga giornata.

(Giornale di bordo)

venerdì 25 agosto 2017

Aggettivi



Le onde vengono contrassegnate con degli aggettivi (più spesso che con sostantivi), che sono solitamente di tipo descrittivo: si dice che sono regolari o irregolari, longitudinali, trasversali o incrociate, le une sono riferite all'alta, le altre alla bassa marea, e ancora ci sono quelle di superficie, quelle di profondità, poi vengono quelle solitarie, le frequenti, le casuali, le cullanti, le cicliche.

(Predrag Matvejevic, Breviario mediterraneo)

martedì 22 agosto 2017

Incontri perduti


L'incontro con un faro in assenza di navigazione satellitare ha del miracoloso. Tu lo cerchi, lo chiami, sai che lui ti aspetta, poi ne vedi l'alone, e solo dopo parecchi minuti ti appare il punto luminoso, con la sua precisa frequenza intermittente. Il colore lo distingui dopo, quando sei più vicino, e allora esulti, gli dici: eccoti ti ho trovato! È un rapporto di complicità, un legame di amicizia profonda. Oggi il Gps ha tout casse', ha completamente falsato la nostra percezione della natura, ha atrofizzato una sensibilità accumulata in secoli e secoli di navigazione. In definitiva, ha riempito il mare di cretini. 

(Dominique Le Brun, Pensieri)

lunedì 21 agosto 2017

Egeo


L'Egeo era una costellazione di nebulose a filo di mare.

(Paolo Rumiz, Il ciclope)

domenica 20 agosto 2017

Introspezione


Soffia un Levantazzo umido e infame, una specie di lamento, fa migrare anime morte e ti spinge nelle caverne inesplorate di te stesso. Qui sei un miserabile nulla davanti all'immensita' della natura. Non è come il Grecale, o il vento di Borea, che ti esalta, lava l'anima e pulisce i pensieri. O come il Maestro, che ti fa veleggiare con un andante maestoso.

(Paolo Rumiz, Il ciclope)

venerdì 18 agosto 2017

Un mare dai molti nomi


Noto in inglese e nelle lingue romanze come il mare "tra le terre", il Mediterraneo ha avuto ed ha molti nomi : "Mare nostro" (Mare nostrum) per i romani, "Mar Bianco" (Akdeniz) per i turchi, "Grande Mare" (Yam gadol) per gli ebrei, "Mare di mezzo" (Mittelmeer) per i tedeschi e, probabilmente, "Grande Verde" per gli antichi egiziani. Gli scrittori moderni hanno arricchito questo patrimonio onomastico coniando nuove espressioni, come "Mare interno", "Mar cinto", "Mare amico" o il "Mare della fede" di varie religioni, il "Mare amaro" della seconda guerra mondiale,  il "Mare corruttore" di innumerevoli microsistemi trasformati dalle relazioni con questo o quel vicino, cui hanno attinto ciò di cui erano privi e cui hanno offerto il loro surplus. E ancora, il "Continente liquido", che come un vero e proprio continente racchiude molti popoli, molte culture e molte economie all'interno di uno spazio dai confini ben precisi.

(David Abulafia, Il grande mare)

mercoledì 16 agosto 2017

Southern Cross


Got out of town on a boat goin' to Southern islands
Sailing a reach before a followin' sea
She was makin' for the trades on the outside
And the downhill run to Papeeete
Off the wind on this heading lie the Marquesasa
We got 80 feet of the waterline nicely making way
In a noisy bar in Avalon I tried to call you
But on a midnight watch I realized why twice you ran away
Think about
Think about how many times I have fallen
Spirits are using me, larger voices callin'
What heaven brought you and me cannot be forgotten
I have been around the world
Lookin' for the woman girl
Who knows love can endure
And you know it will
When you see the Southern Cross for the first time
You understand now why you came this way
'Cause the truth you might be runnin' from is so small
But it's as big as the promise, the promise of a comin' day
So I'm sailing for tomorrow, my dreams are a-dyin'
And my love is an anchor tied to you, tied with a silver chain
I have mu ship and all her flags are a-flyin'
She is all that I have left, and music is her name
Think about
Think about how many times I have fallen
Spirits are using me, larger voices callin'
What heaven brought you and me cannot be forgotten
I have been around the world
Lookin' for the woman girl
Who knows love can endure
And you know it will
And you know it will
So we cheatted and we lied and we tasted
And we never failed to fail, it was the easiest thing to do
You will survive being bested
Somebody fine will come along, make me forget about loving you
And the Southern Cross

(Crosby, Still & Nash, Southern Cross)